Alla Civita gli archeologi dell’Università di Macerata hanno portato alla luce un edificio di circa 900 metri quadrati con uno degli atri più grandi mai trovati. È un nuovo tassello di una storia che finora era rimasta nell’ombra ma Vulci è pronta a consumare la sua vendetta con nuove straordinarie scoperte
TARQUINIA – Di Tarquinia il mondo conosce soprattutto il volto etrusco. È stata una delle città più grandi e potenti dell’Etruria, e secondo la tradizione è legata ai Tarquini, la dinastia che diede a Roma due dei suoi sette re, Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo.
Le sue tombe dipinte, patrimonio Unesco, sono celebri in tutto il mondo. Meno nota, quasi dimenticata, è invece la città che venne dopo: la Tarquinia romana, cresciuta sulle fondamenta della metropoli etrusca. Pietra dopo pietra, gli scavi stanno ora riportando alla luce proprio questa città.

L’ultima scoperta arriva dalla campagna di scavo 2026 alla Civita, il pianoro dove sorgeva l’antico abitato. È l’unico cantiere di ricerca dedicato in modo specifico alla fase romana della città. La missione è guidata da Giulia Baratta, docente dell’Università di Macerata, e quest’anno ha individuato un edificio della prima età imperiale di dimensioni eccezionali.
Un atrio tra i più grandi conosciuti
Per ora la struttura si estende per circa 900 metri quadrati ed è organizzata intorno a un grande atrio di quasi 200 metri quadrati, uno dei più ampi finora noti. Al centro c’è l’impluvium, la vasca incassata nel pavimento e rivestita in marmo che raccoglieva l’acqua piovana. Sotto l’edificio gli archeologi hanno trovato anche una grande cisterna, segno della cura con cui i proprietari gestivano l’approvvigionamento idrico.

Su tre lati l’atrio è circondato da grandi ambienti con pavimenti a mosaico, ciascuno con motivi decorativi diversi, e pareti affrescate. Il quarto lato si affaccia su una delle strade lastricate in basoli emerse negli scavi degli ultimi anni. Su questo fronte si apre una serie di vani accessibili direttamente dalla strada, probabilmente botteghe. È l’immagine di una città viva, con spazi residenziali di lusso e attività commerciali affacciate sulla via pubblica.
Una storia rimasta nell’ombra
L’importanza della scoperta sta soprattutto in questo. La fama di Tarquinia si è sempre concentrata sulla grande stagione etrusca e, all’altro capo della sua storia, sulla città medievale di Corneto, nata quando l’antico abitato della Civita venne progressivamente abbandonato. In mezzo ci sono diversi secoli in cui Tarquinia fu una città romana, inserita nel sistema dei municipi dopo il I secolo a.C. Di quel periodo si sapeva poco. Le campagne della missione maceratese stanno restituendo, anno dopo anno, un quadro sempre più ricco di quell’insediamento: strade, edifici, case di alto livello. Lentamente il profilo di quella città sta riemergendo.
I Romani conquistarono Tarquinia e vi rimasero per circa sette secoli, trasformando progressivamente un territorio di oltre 190 ettari in una grande città, con strade, domus e infrastrutture.

Lo scavo riprenderà il prossimo anno, quando la squadra del Tarcheoteam tornerà alla Civita per completare l’indagine sul grande edificio. I ricercatori sperano di trovare nuovi elementi per capire meglio una fase decisiva della lunga storia di Tarquinia.
Il progetto è condotto dall’Università di Macerata in collaborazione con le Università di Castellón de la Plana e di Verona. Lo sostengono il Comune di Tarquinia, la Fondazione Carivit e il governo spagnolo. Lo scavo si svolge su concessione del ministero della Cultura e sotto la tutela della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale.
Un legame tra le Marche e la Maremma
La presenza dell’ateneo maceratese alla Civita ha anche un significato che va oltre la ricerca. Molti tarquiniesi hanno infatti origini marchigiane, eredità delle migrazioni che tra Ottocento e Novecento portarono numerose famiglie dalle Marche alla Maremma laziale. Lo scavo diventa così anche l’occasione per rafforzare un legame storico e umano già esistente, aprendo nuove possibilità di collaborazione tra comunità, istituzioni e università.

E poco più a nord, Vulci attende
La scoperta di Tarquinia si inserisce in un territorio che ha ancora molto da raccontare. Poco distante sorgeva Vulci, un’altra grande città etrusca e una delle più estese dell’Etruria. Anche Vulci è in gran parte ancora sepolta. Le immagini aeree e satellitari mostrano ciò che a occhio nudo non si vede: tracciati di strade, isolati, edifici nascosti sotto la terra fertile della Maremma laziale. Una nuova Pompei tutta da scoprire? Forse è presto per dirlo. Di sicuro, sotto questi campi riposa ancora una parte importante della storia d’Italia che aspetta solo di tornare alla luce.

