Secondo quanto riporta il quotidiano Domani, alcuni detenuti del carcere di Viterbo sarebbero stati picchiati e lasciati per giorni nella sezione vuota del 41 bis dopo una protesta. Le famiglie hanno presentato denuncia, e un deputato ha depositato un’interrogazione parlamentare
VITERBO – Un occhio nero, lividi sulle braccia e sulle gambe. È quello che una madre, Francesca, dice di aver visto sul corpo del figlio durante una breve videochiamata dal carcere Mammagialla di Viterbo.
La sua testimonianza è stata raccolta da Luigi Mastrodonato in un articolo pubblicato oggi dal quotidiano Domani. È l’ultima di una serie di denunce che riporta l’attenzione sull’istituto viterbese, già al centro negli anni di casi di suicidi e morti sospette.
La protesta del 19 settembre. Tutto sarebbe cominciato il 19 settembre. Un gruppo di detenuti ha dato fuoco a quello che secondo la polizia penitenziaria era un materasso e che secondo i detenuti era uno straccio. Sono intervenuti i vigili del fuoco e le fiamme sono state spente. Secondo il racconto riportato da Domani, la protesta era nata dal sovraffollamento, dall’impossibilità di fare la doccia e da ritardi fino a 15 giorni nella consegna della spesa.
Il racconto della madre. Dopo la protesta, secondo la testimonianza del figlio, lui e altri detenuti sarebbero stati portati nella sezione del 41 bis, ormai vuota e senza videosorveglianza attiva. Lì sarebbero avvenute le violenze. «Mi ha detto che erano diversi agenti incappucciati e non riconoscibili», racconta Francesca a Domani. «Alcuni li tenevano fermi e ammanettati mentre un altro dava calci e pugni per punirli». Poi, sempre secondo il suo racconto, i detenuti sarebbero stati lasciati per una settimana in quella sezione senza materassi, senza indumenti né effetti personali e senza l’assistenza sanitaria di cui avevano bisogno. Durante la videochiamata, durata pochi istanti, il figlio le avrebbe detto di non poter parlare perché attorno a lui c’erano diversi agenti.
Le altre segnalazioni. La testimonianza di Francesca non è l’unica. Al quotidiano si è rivolta anche la madre di un altro detenuto. «Quando mi ha chiamato mi ha detto che non riusciva neppure a respirare per il dolore alle costole», ha raccontato. Una terza segnalazione, anonima, parla dell’esistenza all’interno del carcere di una vera e propria “squadretta” di picchiatori guidata da un agente.
Denuncia e interrogazione. Le famiglie hanno presentato denuncia per lesioni con il supporto dell’associazione Liberi Art. 27. Secondo l’associazione i detenuti coinvolti sarebbero una decina, e alcuni nel frattempo sono stati trasferiti in altre carceri. Nel fascicolo ci sono anche gli screenshot che Francesca ha scattato durante la videochiamata, in cui il figlio appare coperto di lividi. Il deputato di Avs Devis Dori ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere che si faccia luce sulla vicenda.
Un carcere sotto pressione. Il contesto è quello di un istituto in forte difficoltà. Secondo i dati riportati da Domani, a Mammagialla ci sono 623 detenuti per 440 posti, un sovraffollamento oltre il 140 per cento. Gli agenti di polizia penitenziaria sono 272, contro i 350 previsti. Lo scorso luglio un altro incendio appiccato dai detenuti per protesta aveva intossicato 23 persone, una delle quali in modo grave. A metà settembre anche la polizia penitenziaria si era messa in stato di agitazione. Il motivo era la chiusura del reparto 41 bis e il trasferimento dei suoi 41 detenuti nel carcere di Uta, in Sardegna. Il sindacato Fns Cisl Lazio aveva chiesto chiarezza su come sarebbe stato riconvertito il reparto e se sarebbe cambiata la capienza dell’istituto.
I precedenti. Mammagialla ha alle spalle altre vicende delicate. C’è la morte di Andrea Di Nino nel 2018, a lungo considerata un suicidio. Nel 2025, dopo la deposizione di un supertestimone che ha parlato dell’irruzione di alcuni agenti nella sua cella poco prima della morte, è stata aperta un’inchiesta per omicidio volontario. C’è poi il caso di Hassan, 21 anni, morto alcuni mesi dopo aver denunciato di aver subito violenze dagli agenti. E quello di Vittorio Rallo, 32 anni, che nel 2025 aveva lamentato per mesi abusi da parte della polizia penitenziaria. Il padre aveva presentato denuncia per tortura a ottobre, e a dicembre il giovane è stato trovato morto in cella: un suicidio. Solo in seguito la famiglia ha scoperto che quella denuncia non era mai stata trasmessa né avviata.
Al momento quelle raccontate sono accuse contenute in denunce e testimonianze. Dovrà essere la magistratura ad accertare i fatti e le eventuali responsabilità.

