Il vice presidente della provincia di Viterbo, Maurizio Palozzi, dà dell’ubriacone ad un ministro e invita tutti, vista l’ora di pranzo, “e quì tiramo fora pane”
Viterbo – Doveva essere la Stalingrado della memoria, la presa del Palazzo d’Inverno in salsa viterbese. È finita con un telo. Dopo settimane di crociata contro la scritta “Balilla” sulla facciata del Liceo Buratti, i talebani della storia hanno ottenuto la loro gloriosa vittoria di Pirro: secondo la Provincia di Viterbo la scritta “può essere celata”.
Non abbattuta, non cancellata, non esorcizzata con l’acqua santa dell’antifascismo militante. Celata. Come il cassetto della biancheria quando arrivano gli ospiti. Una scritta che nessuno conosceva, a cui nessuno aveva mai fatto caso, oggi simbolo dell’oscurantismo culturale dei talebani viterbesi.
E così, mentre schiere di improbabili partigiani sedicenni, freschi di interrogazione di storia e di story su Instagram, intonavano il canto della Liberazione dal Ventennio (quello finito una settantina d’anni prima che nascessero), i pretoriani di un komunismo ormai sopravvissuto solo a Viterbo e in Corea del Nord stappavano idealmente lo spumante. Una liberazione a rate, con il telo al posto dei carri armati alleati. La Resistenza 4,5.0: si combatte con le delibere e si vince con la tappezzeria.
A benedire il tutto, il presidente della Provincia e sindaco Alessandro Romoli, uomo di rara flessibilità istituzionale. Uno che, pur di restare saldamente incollato alla propria poltrona, sarebbe pronto a mettere le mutande ai nudi del Rinascimento, a prendere a martellate i già poco generosi attributi delle statue di marmo e, chissà, se glielo chiedessero con sufficiente insistenza, a radere al suolo mezza architettura razionalista d’Italia.
Del resto parliamo del novello presidente falegname di Forza Italia, il più grande fabbricatore di poltrone politiche (o cadreghe, per i puristi) che la Tuscia ricordi. Un artigiano: lui le poltrone non le occupa, le costruisce su misura.
Ma la storia, quella vera, quella che resterà negli annali dell’assise provinciale, non si stava scrivendo sulla facciata del liceo. Si stava scrivendo in aula consiliare. Perché mentre si consumava questo passaggio epocale, andava in scena uno dei momenti culturali più alti mai raggiunti dall’istituzione: l’intervento di Maurizio Palozzi, vicepresidente del sopracitato falegname.
Palozzi, preso il microfono, ha deciso che l’italiano era una lingua troppo stretta per esprimere il suo pensiero e ha virato con decisione sul dialetto canepinese, idioma natio di Canepina, il paese che gli ha dato i natali e di cui è stato anche un ottimo sindaco.
Teatro dialettale puro, roba da festa patronale con palco montato in piazza. E nel pieno del monologo, ecco il colpo di scena: un ministro della Repubblica, non meglio identificato (qualcuno ha pensato a Pichetto Fratin, ma l’esegesi del testo canepinese è ancora in corso), viene liquidato come ubriacone. Sipario. Applausi. Condivisioni.
Perché ovviamente, nel giro di poche ore, il video ha fatto quello che nessuna mozione sulla toponomastica scolastica potrà mai fare: è diventato virale. E ha servito su un piatto d’argento ai fan di Giorgia Meloni la più ghiotta delle occasioni per ironizzare sulla tanto sbandierata “superiorità culturale” della sinistra. Quella superiorità rivendicata da Bonaccini e celebrata da tutta l’intellighenzia progressista da salotto televisivo, da Andrea Scanzi a Luca Telese, da Marianna Aprile a Sigfrido Ranucci, passando per Formigli e compagnia cantante. Ecco, ora sanno dove cercarla, la superiorità culturale: a Canepina, in vernacolo stretto.
Intendiamoci, l’intervento di Palozzi era volutamente irriverente e provocatorio, e magari pure divertente. Ma la morale della favola è un’altra. Si è fatta una guerra santa per nascondere sotto un telo sette lettere scolpite quasi un secolo fa, convinti di aver salvato la democrazia. E nel frattempo, a pochi metri dalle bandiere della Liberazione, la politica locale offriva al pubblico lo spettacolo più genuino della giornata: quello che nessun telo, per quanto grande, riuscirà mai a celare.
Il Balilla, almeno, ha avuto il buon gusto di restare zitto. A tutti gli atri “vincitori” dedichiamo una locuzione in “dialetto” latino: SIC TRANSIT GLORIA MUNDI ovvero l’unica scritta degna da apporre sulla balconata di una scuola dove sono transitati, prima e dopo la guerra, migliaia di viterbesi.

