Messo sul mercato per 145.000 euro il complesso storico di quasi 1.200 mq a ridosso di Porta Romana. Tra memorie civiche, decenni di incuria e il potenziale strategico di una riqualificazione a servizio del vicino polo universitario
VITERBO- Il mercato immobiliare cittadino ha recentemente assorbito una delle testimonianze architettoniche più antiche e discusse della Viterbo medievale: l’ex ospedale della Domus Dei. L’edificio, situato in posizione strategica lungo la via Cassia Cimina, proprio di fronte al complesso di Santa Maria in Gradi e alle mura di Porta Romana, è stato messo in vendita al prezzo di 145.000 euro. Una cifra che, a fronte di una superficie complessiva di 1.190 metri quadrati distribuiti su quattro livelli (circa 122 euro al mq), riflette la necessità di una ristrutturazione totale per una struttura che da troppo tempo attende un recupero strutturale, segnata anche da recenti cedimenti delle coperture.
L’annuncio immobiliare evidenzia la possibilità di acquisire ulteriori metrature residenziali e un’area di 1.000 mq, suggerendo una destinazione d’uso chiara: la creazione di residenze per studenti o attività collegate all’Università degli Studi della Tuscia, la cui sede principale sorge esattamente dall’altro lato della strada.
Tra filologia e narrazione immobiliare: la vera storia della Domus Dei
Incrociando i dati con gli studi classici sull’argomento — tra cui la monumentale opera ottocentesca di Cesare Pinzi sugli ospizi medievali viterbesi — la Domus Dei rappresentava indubbiamente uno dei più grandi e significativi “ospedali” tra questi, nato per offrire ricovero a pellegrini e malati indigenti lungo le direttrici viarie a sud della città.
La fondazione del complesso risale con certezza agli anni tra il 1292 e il 1293. A volerla fu Visconte Gatti, figlio di quel Raniero di Bartolomeo che segnò profondamente l’urbanistica e la politica cittadina. Visconte, che ricoprì la carica di Capitano del Popolo nel 1268 e nel biennio 1281-1282 (oltre a essere stato podestà ad Arezzo e Foligno), volle erigere la “Casa di Dio” di fronte alla chiesa dei Domenicani. In origine, le due strutture dialogavano direttamente, un tempo unite da un ponte successivamente demolito per aprire la visuale su Porta Romana. La gestione del plesso divenne presto oggetto di complesse dinamiche di potere tra il clero secolare, le istituzioni ecclesiastiche e i frati di Santa Maria in Gradi, a cui Gatti lasciò i beni.
Il volto perduto e il salvataggio del 1913
In origine, la facciata prospiciente via Santa Maria in Gradi fungeva da vera e propria “firma” visiva del Capitano del Popolo. L’ingresso era sormontato da un pregevole bassorilievo marmoreo raffigurante la Madonna in trono, a cui si rivolgevano in preghiera i committenti: Visconte Gatti e sua moglie Teodora, affiancati da due scudetti recanti il celebre stemma araldico a tre sbarre della famiglia. Attorno a questa edicola scolpita, la facciata era un tempo impreziosita da un ricco apparato ad affresco con angeli e figure di santi, andato irrimediabilmente perduto sotto l’incuria dei secoli e le successive imbiancature.
Fortunatamente, per scongiurare la perdita anche del capolavoro scultoreo, nel 1913 i signori Carletti, allora proprietari dello stabile, ne curarono il distacco dalla parete. Il reperto fu ceduto in deposito perpetuo al Museo Civico di Viterbo, dove il bassorilievo e la sua epigrafe del 1292 sono tuttora conservati e visibili al pubblico.
Dal lazzaretto al rilancio
La parabola discendente della Domus Dei, iniziata nel Cinquecento con l’accentramento sanitario dell’Ospedale Grande, ebbe un ultimo tragico sussulto nel 1837, quando l’edificio venne trasformato d’urgenza in lazzaretto per le donne contagiate dall’epidemia di colera, scivolando poi in un progressivo degrado.
Oggi la messa in vendita rappresenta un crocevia fondamentale. La sfida per chi acquisirà l’immobile non sarà soltanto quella di un imponente cantiere edile, ma del restauro di un frammento nevralgico della topografia urbana medievale. Oltre un secolo fa la memoria scolpita di Visconte Gatti e consorte fu salvata in extremis dalla rovina; oggi l’intero complesso attende che una moderna visione ricettiva gli restituisca quella funzione di accoglienza per cui, nel 1292, era stato concepito.

