Umbria – Vitalità culturale da record ma la filiera creativa resta debole: l’allarme nel rapporto “Io sono Cultura 2025”

È quanto emerge dal rapporto “Io sono Cultura 2025”, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte

UMBRIA – La regione si conferma una delle regioni più vivaci d’Italia sul fronte degli spettacoli e della partecipazione culturale. Cinema, musica, festival e rassegne registrano numeri superiori alla media nazionale, con un pubblico fedele e una ricchezza di eventi che la collocano stabilmente ai vertici del Paese. Ma quando si passa all’impatto economico del Sistema produttivo culturale e creativo (Spcc), il quadro cambia: l’energia culturale non riesce ancora a tradursi in una filiera industriale solida.

È quanto emerge dal rapporto “Io sono Cultura 2025”, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte. Un’analisi che fotografa un’Italia in cui la cultura è un settore industriale a tutti gli effetti, capace di generare 112,6 miliardi di valore aggiunto nel 2024, pari al 2,1% in più rispetto all’anno precedente. Una filiera complessa che va dall’audiovisivo al design, dalle performing arts ai software, fino agli “embedded creatives” che portano innovazione in manifattura e servizi.

All’interno di questo scenario, l’Umbria brilla per intensità culturale. I dati SIAE la collocano al primo posto in Italia per numero di spettacoli ogni 1.000 abitanti: 79 eventi contro una media nazionale di 57. Il territorio conferma poi una straordinaria presenza nelle sale cinematografiche, con oltre 1,3 milioni di ingressi nel 2023, pari a circa 1,5 biglietti pro capite.

Anche la musica spicca, con un dato sorprendente: l’Umbria è l’unica regione italiana in cui il jazz supera il pop in termini di partecipazione media. Umbria Jazz resta il simbolo, ma accanto ai grandi eventi si muove un tessuto di festival e rassegne capace di attirare oltre un terzo del pubblico nazionale del settore.

Nonostante questa vitalità, l’Umbria fatica a trasformare la sua forza culturale in valore economico strutturale. Nel 2024 l’industry Spcc ha prodotto 1,049 miliardi di euro di valore aggiunto, con un incremento del 2,5% sull’anno precedente. Gli occupati sono saliti a 18.882, in aumento ma ancora lontani dai numeri delle regioni più competitive.

Il nodo è il peso relativo: la cultura e la creatività rappresentano solo il 4,4% dell’economia regionale, contro una media italiana del 5,8%. L’Umbria resta così nella fascia centrale della classifica, dietro a Toscana, Marche, Piemonte, Lombardia e soprattutto Lazio, che sfiora l’8%.

Il divario si fa ancora più evidente valutando la produttività. Ogni addetto del Sistema culturale e creativo umbro genera 55.555 euro annui, ben al di sotto dei 73.622 euro della media italiana e dei 72.280 euro del Centro Italia. In Lazio la produttività supera i 79mila euro, in Toscana tocca quota 65mila.

Una differenza che non dipende dalla mancanza di eventi o contenuti culturali, ma da una struttura industriale ancora fragile: poche imprese di medie dimensioni, scarsa presenza di comparti a più alto valore aggiunto, limitata integrazione tra cultura, digitale e servizi avanzati.

A indicare la direzione è Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria: “L’Umbria possiede una ricchezza culturale straordinaria, riconosciuta in tutta Italia. Ma la sfida decisiva è trasformare questa energia in una leva stabile di sviluppo economico. Non basta fare cultura: occorre farla dialogare con il digitale, con i servizi avanzati, con le nuove professioni creative. Dobbiamo avere il coraggio di rendere il nostro patrimonio un motore strutturale di crescita, capace di generare valore aggiunto e nuove opportunità per i giovani.”

La lettura combinata di dati locali e nazionali restituisce un messaggio chiaro: l’Umbria genera cultura più di molte regioni italiane, ma non riesce ancora a capitalizzarla pienamente. La sfida è rafforzare la filiera, creare imprese più connesse e innovative, far crescere i segmenti ad alto valore aggiunto.

Il futuro passa dalla capacità di trasformare la forza culturale in opportunità economiche: più contenuti digitali, più produzioni audiovisive, più innovazione comunicativa, più spazio alle professioni creative che operano tra cultura, turismo, manifattura e tecnologia.

L’Umbria ha già tutti gli ingredienti: un patrimonio artistico diffuso, eventi di richiamo internazionale, un pubblico presente e affezionato. Ora serve fare il passo successivo: convertire questa ricchezza in valore stabile, lavoro qualificato e crescita strutturale, senza rinunciare alla propria identità culturale.