La giovane è stata strangolata da un 57enne peruviano che aveva già avuto in passato condanne per violenza sessuale
LATINA – C’è un mazzo di fiori bianchi, qualche lumino e un biglietto scritto a mano nel cortile di via Paruta, a Milano. Poche parole, ma dense di un amore che non conosce confini. È lì che si concentra oggi il ricordo di Aurora Livoli, la ragazza di 19 anni originaria della provincia di Latina, violentata e strangolata nel capoluogo lombardo.
Il padre, Ferdinando Livoli, è rientrato a Monte San Biagio insieme alla moglie Erminia e allo zio di Aurora, l’avvocato Massimo Basile, dopo i giorni più duri: quelli del riconoscimento del corpo.
Una procedura fredda, devastante, che nessun genitore dovrebbe mai affrontare. Eppure, nel racconto affidato a Latina Oggi, il dolore non diventa mai rabbia scomposta, ma resta composto, dignitoso, attraversato da un amore infinito per una figlia che non c’è più.
Aurora, racconta il padre, era una ragazza curiosa, affabile, sensibile. Aveva appena concluso il suo percorso di studi all’Istituto Pacinotti e si era iscritta alla Facoltà di Scienze Chimiche a Roma, una scelta accolta con entusiasmo da tutta la famiglia.
Amava la danza, la musica, la lettura. Nei suoi grandi occhi – dice chi la conosceva – sembrava riflettersi il suo modo di stare al mondo: attento, profondo, empatico.
«Mia figlia era brillante e affettuosa, una brava ragazza», racconta Ferdinando Livoli con la voce che si spezza. «Siamo andati a Milano venerdì per il riconoscimento. La prima volta eravamo stati dai carabinieri a Fondi, dopo che erano uscite le prime immagini. Poi, il 30 dicembre, abbiamo capito da quei frame diffusi dalla Procura che quella ragazza poteva essere lei».
A Milano, il padre ha voluto vedere anche il luogo dove Aurora è stata trovata. A parlargli è stata la donna dello stabile che per prima ha dato l’allarme. «Mi ha raccontato che quella mattina aveva visto una persona che sembrava dormire. L’ha chiamata: “Signora, signora”. Non si era resa conto fosse una ragazza. Aurora non era nuda, non era a pancia in giù. Pensava stesse dormendo e le ha detto: “Svegliati, ti serve qualcosa?”».
Identificata la giovane trovata morta a Milano, aveva 19 anni ed era di Latina
Poi il dolore si fa ancora più acuto, quando Ferdinando Livoli accenna a ciò che è stato scritto e detto in questi giorni sulla figlia. «Stanno uscendo cose che per me e mia moglie sono come pugnalate. Mi dispiace che siano circolate notizie non vere, non giuste su Aurora».
Il padre la ricorda per ciò che era davvero: una ragazza capace di prendersi cura degli altri. «Era molto sensibile. Se vedeva qualcuno in difficoltà, era la prima ad accorrere». Restano ancora molti interrogativi: non si sa come sia arrivata a Milano, non aveva con sé il telefono né i documenti. Si era allontanata da casa il 4 novembre, poi la denuncia di scomparsa.
«L’ultima volta l’abbiamo sentita il 26 novembre», racconta. «Mia moglie le ha parlato. Le ha detto: “Mamma, sto bene, non ti preoccupare. Non sono nel Lazio, non vorrei rientrare per il momento”. Noi le abbiamo chiesto di tornare, le abbiamo detto che qui aveva tutto l’affetto possibile, che ci sono quattro famiglie che le vogliono bene. È stata l’ultima volta».
Monte San Biagio, dove è stato proclamato il lutto cittadino, si è stretta attorno alla famiglia Livoli. Ma l’abbraccio arriva da tutta Italia, segno di una ferita che ha colpito una comunità molto più ampia. Ora resta l’attesa, silenziosa e dolorosa, per la verità giudiziaria.
«Confidiamo negli investigatori e nella giustizia», ripete il padre. È l’unica cosa che può ancora dare un senso, anche minimo, a un dolore che senso non ne ha.
Una sfilza di precedenti penali, irregolare dal 2019, espulso due volte, eppure libero di uccidere. Emilio Gabriel Valdez Velazco, il peruviano di 57 anni indagato per l’omicidio di Aurora Livoli, non doveva essere a Milano, non doveva essere in Italia. La sua fedina penale parla da sola: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. I precedenti per le violenze sono relativi al 2019, al 2024 e al 2025, ma il 57enne ha scontato il carcere a Pavia solo per la violenza sessuale commessa nel 2019. Valdez Velazco, entrato in Italia dalla frontiera di Linate nel 2017, si è trattenuto oltre i termini consentiti, diventando quindi irregolare dal 4 agosto del 2019. Nei suoi confronti il prefetto di Milano ha emesso il primo provvedimento di espulsione, eseguito dal questore di Milano con decreto di accompagnamento coattivo alla frontiera il 6 agosto dello stesso anno.

