Frosinone – Dal vertice romano al “cavatappi fantasma”, la pace non sta in piedi (la crisi sì)

Vertice chiuso nel silenzio dei protagonisti ma a parlare è la città che di Mastrangeli non ne può più

FROSINONE – Si è concluso a Roma l’ennesimo vertice sul destino politico del Comune di Frosinone, una sorta di congresso di pace dove però la pace, come la famosa Torre, continua a non farsi vedere.

Fratelli d’Italia e Lega si sono incontrati alla Camera dei deputati, con toni tutt’altro che monastici: nervi scoperti, sguardi torvi e una certezza condivisa, ovvero che la situazione è tutto fuorché stabile. Il summit è stato aggiornato ai prossimi giorni, perché quando non si risolve nulla oggi, si rimanda serenamente a domani.

Al tavolo romano si sono seduti il sindaco Riccardo Mastrangeli, il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia Paolo Trancassini, il presidente provinciale FdI Massimo Ruspandini, il sottosegretario e vicesegretario nazionale della Lega Claudio Durigon e il deputato leghista, nonché ex sindaco, Nicola Ottaviani. Un parterre de roi, o forse sarebbe meglio dire un parterre de “equilibristi”, visto lo stato dei conti e della maggioranza.

Riccardo Mastrangeli

Il comunicato ufficiale firmato da Mastrangeli parla di confronto “lungo e costruttivo” e di toni da abbassare “per il bene della città”. Tradotto: tutti scontenti, ma educati. Il sindaco ha annunciato una “breve pausa” per consentire ai partiti di “riappropriarsi delle proprie funzioni”, espressione elegante per dire che ognuno tornerà a contare i propri malumori prima del prossimo round. Si riparte dal programma del 2022, con la promessa di “eventuali arricchimenti”: insomma, un restyling, non troppo diverso da quelli urbanistici tanto cari alla politica locale.

La verità, però, è che a Frosinone della Lega targata Ottaviani-Mastrangeli ne avrebbero piene le scatole un po’ tutti. Fratelli d’Italia sopporta da mesi in silenzio, Forza Italia guarda l’uscita di sicurezza con crescente interesse e il sindaco-farmacista continua a dispensare consigli a chiunque, tranne che alla sua stessa maggioranza.

La torre della pace

Il vero convitato di pietra resta Nicola Ottaviani. Abituato al centro della scena, da quando è approdato in Parlamento vive una sorta di esilio politico. Coordinatore provinciale sì, ma senza riflettori. Un’ombra diventata buio pesto, che ogni tanto sfocia in irrequietezza: come durante l’ultimo incontro, quando ha provato a spostare il tiro dando la colpa ai giornali e ai soliti giornalisti. Un classico intramontabile.

E qui entra in scena lei, l’opera immortale: la “Torre della Pace”. O meglio, il “cavatappi”. Voluta con forza da Ottaviani, costata svariate decine di migliaia di euro, alta 15 metri, 2000 chili di acciaio e buone intenzioni, sembrava una via di mezzo tra un carillon orientale e una versione sperimentale della Macchina di Santa Rosa. Doveva essere un simbolo eterno, un “signum manere debuit, ad memoriam aeternam”. Progettata per essere portata a spalla è diventata invece un oggetto misterioso: sparita, smontata, occultata. C’è chi giura che riposi in qualche magazzino comunale, ad arrugginire insieme ai sogni di gloria politica e ai soldi pubblici spesi.

Presentata nel 2013 con tutti i crismi – vescovo, Accademia di Belle Arti, progettisti, banca sponsor – oggi la Torre della Pace resta soprattutto un monumento all’ironia: pace mai trovata, torre mai vista, cavatappi senza bottiglia.

E così, mentre la città affonda tra bilanci da raddrizzare e maggioranze ballerine, il primo obiettivo del “nuovo corso” di Mastrangeli non sarà certo quello di organizzare degustazioni con tanto di cavatappi in piazza. Molto più prosaicamente, si tratta di trovare un equilibrio politico che permetta di arrivare a fine consiliatura. La pace, quella vera, può attendere. Magari insieme alla Torre.