Tarquinia, l’ennesimo flop gestionale: il caso Bonita Beach Club e le responsabilità politiche che nessuno vuole assumersi

La società non ha ancora onorato gli impegni con i fornitori lasciando “buffi” per migliaia di euro. L’assegnazione “celebrata” con enfasi e tanto di conferenza stampa dal sindaco (della cultura) Sposetti e quel “saluto al sole”

A Tarquinia la parola programmazione sembra ormai svuotata di ogni significato. L’ultimo, imbarazzante capitolo di una lunga serie di scelte discutibili porta il nome di Bonita Beach Club, stabilimento balneare comunale affidato “in pompa magna” la scorsa estate a una nuova società per tre anni, come previsto dal bando.

Un’operazione celebrata come modello virtuoso di rilancio del litorale, che oggi rischia di trasformarsi nell’ennesimo fallimento politico-amministrativo.

Il primo giugno 2025, tra sorrisi, fotografie e tagli di nastro, l’amministrazione comunale inaugurava ufficialmente lo stabilimento al lido. Presenti i soci della società affidataria e due assessori comunali, a suggellare un’operazione che veniva raccontata come simbolo di rinascita: struttura riqualificata, investimento pubblico importante, affidamento triennale, prospettive di sviluppo. Tutto perfetto. Sulla carta.

La realtà, però, è ben diversa. A meno di un anno di distanza, le polemiche sui mancati pagamenti ai fornitori non solo non si sono spente, ma si sono aggravate. Alcuni di loro, stanchi di promesse e rassicurazioni, hanno già intrapreso le vie legali. Un segnale gravissimo che certifica il fallimento della gestione del primo anno e getta un’ombra pesantissima su chi quell’affidamento lo ha voluto, sostenuto e politicamente sponsorizzato.

Ed è qui che la questione smette di essere solo privata e diventa politica. Perché non si parla di uno stabilimento qualsiasi, ma di un bene di proprietà comunale, affidato attraverso un bando pubblico. Possibile che nessuno, in Comune, abbia monitorato l’andamento della gestione?

Possibile che le garanzie sbandierate all’inizio si siano rivelate carta straccia senza che nessuno se ne accorgesse? O peggio: qualcuno se ne è accorto e ha scelto di voltarsi dall’altra parte?

 

Il malcontento non riguarda solo i fornitori rimasti senza un euro.

Al lido di Tarquinia, tra gli storici gestori degli stabilimenti balneari, serpeggia da mesi un disagio profondo. Si parla apertamente di favoritismi, di un trattamento di riguardo legato proprio alla natura pubblica della struttura e ai rapporti con Palazzo Comunale.

Voci che, vere o presunte, stanno minando quel clima di rispetto reciproco che per anni ha caratterizzato il litorale.

Ora le domande sono inevitabili — e assordanti nel silenzio dell’amministrazione:
lo stabilimento riaprirà saldando i debiti con i fornitori? Oppure la società affidataria lascerà la gestione, lasciando macerie economiche e reputazionali?

E soprattutto: il Comune ha verificato se esistono le condizioni per revocare l’affidamento in autotutela? Ha valutato l’escussione delle fideiussioni previste a garanzia?

Tacere, ancora una volta, significherebbe rendersi complici.

Perché quando un progetto pubblico fallisce così clamorosamente, la responsabilità non può essere scaricata solo sui gestori. È l’amministrazione che sceglie, controlla (o dovrebbe controllare) e interviene. O almeno, dovrebbe farlo.

A Tarquinia, invece, resta l’amara sensazione di trovarsi davanti all’ennesima occasione sprecata, all’ennesima inaugurazione trasformata in boomerang. E a pagare il conto, come sempre, non sono i politici che sorridono davanti ai fotografi, ma i lavoratori, i fornitori e un’intera comunità che meriterebbe ben altra serietà nella gestione dei beni pubblici.