Latina – Dirty Glass, l’ombra della mail anonima: la “condomina timorosa”, i documenti riemersi e i dubbi sull’amministratore giudiziario

Venerdì udienza chiave dove le difese sperano di poter fare domande al collaboratore di giustizia “pigro” Riccardo Agostino 

LATINA – Il processo “Dirty Glass” a carico di Luciano Iannotta entra nella sua fase più delicata. Venerdì, presso il Tribunale di Latina, è in programma una delle udienze più attese, con l’audizione del sovrintendente di polizia Renzo Battista, di Vincenzo Cosentino e di Agostino Riccardo, il secondo collaboratore di giustizia del procedimento.

Riccardo è lo stesso “pentito” che, nell’ultima udienza, non si è presentato al collegamento remoto dal sito protetto, lasciando giudici e difese ad attendere invano. Un’assenza che ha contribuito ad alimentare un clima già fortemente segnato da colpi di scena e rivelazioni inattese ma che ha dato tempo a qualche anonimo di prestare soccorso all’amministratore giudiziario e all’accusa messa all’angolo nelle ultime due udienze dibattute dall’avvocato Mario Antinucci.

Nelle ultime settimane il dibattimento ha infatti subito una brusca accelerazione. Il primo scossone è arrivato con il ritrovamento dei documenti contabili che si ritenevano “distrutti” e che avevano rappresentato il fulcro delle misure di prevenzione e dell’accusa di bancarotta fraudolenta contestata a Iannotta.

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A seguire, la clamorosa confessione in aula del collaboratore di giustizia Renato Pugliese, figlio del boss Di Silvio, che ha ammesso due estorsioni ai danni dello stesso Iannotta, costringendo il presidente del collegio a trasmettere gli atti in Procura.

L’imbarazzo della Corte è stato evidente. Si cercavano prove sulle presunte estorsioni compiute da Iannotta salvo scoprire poi che quest’ultimo ne era rimasto vittima.

Ma udienza dopo udienza, emerge con sempre maggiore evidenza una figura che solleva interrogativi profondi: quella dell’amministratore giudiziario Francesco Giovanni Ciro Esposito. Le sue scelte gestionali, le omissioni e alcune segnalazioni anonime rivelatesi determinanti avrebbero contribuito a orientare le indagini su binari che oggi appaiono quantomeno discutibili.

Riccardo Agostino

Il ruolo dell’amministratore giudiziario è tutt’altro che formale: egli gestisce beni sequestrati e confiscati, deve conservarli, valorizzarli e risponde civilmente e penalmente del proprio operato. Come ha chiarito la Cassazione con la sentenza n. 25279/2025, l’amministratore risponde dei danni causati da una gestione negligente, soprattutto quando la confisca viene successivamente revocata.

Eppure, le società affidate a Esposito risultano oggi “fallite” o prossime al fallimento. Ancora più inquietante è la sorte di circa cinque milioni di euro intra saldi attivi di conti correnti, beni strumentali e magazzini che, secondo quanto emerge dagli atti, sembrerebbero essersi dissolti tra consulenze, parcelle e spese varie. Tanto che, in sede di udienza di rendiconto di gestione, è emerso che l’amministratore ha “regalato” un attico e una Range Rover diventata Rolls-Royce all’asserito “gancio camorristico” di Iannotta, nominandolo addirittura responsabile generale delle aziende confiscate allo stesso.

Quanto evidenziato è confermato dalla circostanza che lo stesso pubblico ministero della DDA presente in aula si è ben guardato dall’approvare il rendiconto ma di rivederli con maggiore attenzione.

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Il ritrovamento dei documenti contabili della società di Pagliaroli ha poi smentito radicalmente una delle affermazioni centrali dell’amministratore giudiziario, ovvero la presunta distruzione delle scritture. Una circostanza che aveva giustificato misure di sicurezza personali e di prevenzione devastanti, capaci di annientare un intero gruppo imprenditoriale e distruggere la vita di Iannotta e della sua famiglia ormai ridotta al lastrico.

Particolarmente controverso è il racconto fornito dallo stesso Esposito in merito a un accesso effettuato nel dicembre 2024 nei locali dove sono stati poi rinvenuti milioni di documenti ritenuti, come sappiamo, distrutti:

“… mi recavo sul posto (dicembre 2024, ndr), unitamente al fabbro Alessandro Fornari, al quale ho fatto aprire e sostituire la serratura della porta di ingresso dell’appartamento che è ubicato nello stesso stabile del box. In quell’occasione NON ABBIAMO PERO’ PROCEDUTO all’apertura della serranda del box, ma mi ero ripromesso di tornarci successivamente”.

Una decisione che appare difficilmente spiegabile.

Perché non aprire immediatamente il box, considerato che il fabbro era già presente?

Perché rimandare un controllo che avrebbe potuto rivelare la presenza di denaro, beni di valore o elementi rilevanti per le indagini?

Una leggerezza che stride con gli obblighi stringenti del ruolo.

Ancora più inquietante è quanto avviene dopo. A colmare, quasi provvidenzialmente, questo vuoto operativo arriva una mail anonima indirizzata direttamente all’amministratore giudiziario.

Non ai carabinieri, non alla polizia, non alla Procura, ma esclusivamente a lui. La mittente utilizza un indirizzo creato su Proton Mail, piattaforma nota per l’elevato livello di anonimato e crittografia. (Proton Mail: ottieni un account email gratuito con privacy e crittografia | Proton)

Il messaggio è lungo, dettagliato, ricco di particolari:

“Buongiorno Dott. Esposito.
Vi scrivo in quanto nel condominio di Capocroce ho visto più volte persone aggirarsi nei box a tarda ora…”

La donna racconta di aver visto “un ragazzo che scavalcava il muretto”, di aver udito rumori sospetti, di essersi affacciata “con paura” credendo fosse in atto un furto. Aggiunge:
L’altro giorno ho sentito rumori e sono scesa giù e mi sono affacciata e ho avuto paura che stavano rubando ma poi ho riconosciuto Tomas il figlio di Iannotta e non ho chiamato i carabinieri”.

Non solo. L’anonima riferisce anche particolari logistici:

Nel primo box a destra subito dopo il cancello elettrico ho visto pedane di legno alte con tante scatole… sembrava che stavano sporcando a terra per coprire le pedate”.

E ancora:

Poi ho notato la mattina dopo che questo box aveva dei buchi nella serratura come se rotta”.

Colpisce, però, il paradosso che emerge dal racconto. La donna si dichiara talmente timorosa da non sentirsi sicura neppure nel telefonare:

non l’ho chiamata direttamente perché non mi sento tranquilla ad espormi a ritorsioni. Ne ho sentite tante”.

Eppure, la stessa persona è stata perfettamente in grado di: creare un account email anonimo e “usa e getta” tramite VPN; redigere un messaggio strutturato e dettagliato; individuare l’indirizzo mail personale dell’amministratore giudiziario; inviare la segnalazione direttamente a lui, evitando accuratamente di mettere in copia – anche solo per conoscenza – carabinieri o altre forze dell’ordine.

Un ulteriore elemento lascia perplessi: in un’epoca in cui qualunque cittadino, anche il più timoroso, utilizza abitualmente il telefono per documentare fatti sospetti, l’anonima testimone non ha mai pensato di scattare una foto o registrare un video, pur sostenendo di aver assistito a più episodi, di giorno e di notte come fosse quasi una dipendente di un istituto di vigilanza.

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Senza formulare accuse, resta il dato oggettivo di una segnalazione che sembra costruita per colmare esattamente le lacune lasciate da una mancata vigilanza. Come ricordava Giulio Andreotti, “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”.

Resta quindi una domanda centrale: come può la Direzione Distrettuale Antimafia attribuire credibilità a una mail anonima tanto dettagliata senza averne verificato l’origine tecnica e il percorso digitale? E soprattutto, perché una segnalazione così grave non è mai transitata ufficialmente per le forze dell’ordine?

Il processo “Dirty Glass” è tutt’altro che concluso. Nuovi sviluppi potrebbero presto costringere il collegio giudicante a riconsiderare anche la posizione dell’amministratore giudiziario, figura che, anziché agevolare l’accertamento della verità, rischia di averlo complicato con informazioni sempre più contraddittorie.