Rifiuti nel Lazio: il nuovo piano che guarda indietro. C’è qualcosa che non quadra

L’intoccabile dirigente Wanda D’Ercole decide anche per la politica rendendo inutile il ruolo dell’assessore Fabrizio Ghera. Centralismo, forzature normative e territori lasciati soli

ROMA – Nel Lazio si torna a parlare di pianificazione dei rifiuti, di transizione ecologica e di autosufficienza impiantistica. Ma dietro il lessico rassicurante che accompagna la nuova fase di programmazione regionale, emergono criticità profonde, che richiamano una pericolosa continuità con il passato e aprono interrogativi seri sul piano giuridico, istituzionale e democratico.

Il problema non è soltanto cosa viene pianificato, ma come. L’impostazione che emerge da un piano in via di pubblicazione, conferma un modello fortemente centralizzato, nel quale le scelte strategiche sembrano maturare senza un confronto reale e strutturato con gli enti locali, gli operatori del settore e i territori direttamente coinvolti. Un metodo già visto, che in passato ha prodotto emergenze croniche, conflitti sociali e contenziosi a catena.

Un passato che non passa

Il contesto in cui queste decisioni si collocano non può essere ignorato. La gestione dei rifiuti nel Lazio porta ancora il peso di una stagione segnata da gravi distorsioni amministrative, culminate con l’arresto della dirigente regionale Flaminia Tosini. Un evento che avrebbe dovuto aprire una fase di discontinuità, fondata su trasparenza e partecipazione.

Wanda D’Ercole

E invece, secondo molti addetti ai lavori, il cambio di metodo non si è mai realmente compiuto. La guida attuale della direzione Ambiente e ciclo dei rifiuti, affidata a Wanda D’Ercole, viene descritta come improntata a un decisionismo verticale, nel quale ciò che viene stabilito negli uffici regionali assume valore cogente, senza un leale confronto preventivo con chi opera sul territorio.

Forzature contra legem

Tra gli aspetti più controversi della nuova pianificazione vi è il tentativo di “sanare” e riqualificare gli impianti di TM (trattamento meccanico dei rifiuti), equiparandoli di fatto ai TMB (trattamento meccanico-biologico). Una scelta che solleva fortissime perplessità giuridiche.

Il trattamento puramente meccanico è stato più volte ritenuto, in sede europea, non idoneo alla chiusura del ciclo dei rifiuti: non stabilizza la frazione organica, non riduce la pericolosità del rifiuto e non può essere considerato smaltimento conforme alla gerarchia comunitaria.

Diverso è il caso dei TMB, che separano l’umido dal secco, avviano il trattamento biologico e trasformano la frazione secca in CSS – combustibile solido secondario, destinato poi al recupero energetico nei termovalorizzatori.

Sovrapporre queste due tipologie significa aggirare i limiti posti dal diritto europeo, normalizzando ciò che non è normabile e trasformando un problema strutturale in una soluzione amministrativa. Una forzatura che espone il piano a futuri contenziosi e rilievi, con il rischio di blocchi autorizzativi e nuove emergenze.

Un piano che divide

A rendere il quadro ancora più inquietante sono indiscrezioni insistenti che parlano di una pianificazione utilizzata anche come strumento selettivo, capace di colpire attività e operatori ritenuti “non allineati” alle scelte regionali.

Un disegno che, se confermato, trasformerebbe il piano dei rifiuti da strumento di governo pubblico a leva di pressione amministrativa, ridefinendo il mercato non attraverso regole chiare ma tramite atti discrezionali.

Le conseguenze sarebbero gravi: sul piano economico, occupazionale e soprattutto istituzionale. Perché quando la pianificazione diventa punitiva, la fiducia tra istituzioni, territori e imprese si spezza.

Quello che tutti sospettano si concretizza con scelte scellerate come quella di mandare rifiuti nella Marche per essere “bruciati” e che, guarda caso, riconducono sempre ad Acea.

I territori pagano sempre

La storia recente insegna che gli errori non ricadono su chi firma gli atti, ma sui comuni chiamati a gestire conflitti, sui cittadini che vivono accanto agli impianti, su un sistema già fragile. Forzare le norme, comprimere il confronto e scaricare le conseguenze sui territori significa costruire un piano fragile, destinato a riprodurre i disastri del passato.

Il Lazio avrebbe bisogno di una svolta vera. Invece, il rischio concreto è quello di guardare avanti continuando a camminare all’indietro. E quando le scelte calate dall’alto diventano “legge”, a pagarne il prezzo – ancora una volta – sono sempre gli stessi.

In tutto questo emerge l’inerzia della politica e dell’assessore di riferimento Fabrizio Ghera mai in grado di incidere sulle decisioni e che lascia agli uffici ogni tipo di iniziativa e decisione. Tutto questo a discapito di chi vorrebbe un settore guidato dalla politica nei territori per le scelte migliori e più efficace. Cosa che non avviene ormai da anni e cioè da quando Zingaretti a messo piede in regione Lazio ad oggi. Il settore rifiuti regionale è una Stato a se. Non ascolta nessuno e fa quel che vuole (almeno fino a quando la magistratura non deciderà di intervenire come fece don la Tosini e capire cosa c’è che non va).