Venerdì sera in centro tra silenzio, insicurezza e locali che chiudono: il racconto, reale, che diventa virale
VITERBO – Un lungo post, diventato virale in poche ore, sta facendo discutere Viterbo. A scriverlo è un cittadino, padre di famiglia, viterbese, che ha scelto di raccontare – in forma di diario – una serata qualunque trascorsa nel centro storico. Un racconto che ha raccolto centinaia di like e commenti, perché in molti vi si sono riconosciuti.
Lui stesso lo chiarisce fin dall’inizio: «Questa non è una lamentela. È una testimonianza». Una testimonianza che prende il via alle 20.30 di un normale venerdì sera.
Il suo obiettivo è semplice: uscire, cenare, fare due passi in centro. La prima difficoltà, scrive, è il parcheggio. Poi la confusione tra deviazioni per lavori in corso e Ztl attiva. «Un cartello comunale mi dice di andare in una direzione, un altro me lo vieta», racconta, spiegando di aver scelto alla fine il parcheggio del Sacrario. Un euro per tutta la notte. «Almeno questo è chiaro».
Da lì inizia il cammino verso il cuore della città. Ed è qui che il tono del racconto cambia. Il padre parla di serrande abbassate, di strade vuote, di un centro che, di venerdì sera, appare «più simile a un museo chiuso che a un luogo vivo». La cena va bene, precisa. C’è chi resiste, chi lavora bene, chi tiene duro. Ma tutto intorno, annota, «c’è il vuoto».
Dopo cena arriva la domanda inevitabile: «Che facciamo adesso?». La risposta, nel suo racconto, è «un silenzio assordante». Camminando per le vie del centro, dopo l’una di notte, scrive di aver provato per la prima volta paura. Non per un episodio preciso, ma per l’assenza totale di vita e di persone.
La ricerca di alternative porta prima fuori dal centro e poi davanti a una serie di porte chiuse: bowling, pub, locali che stanno già abbassando le serrande. «È venerdì notte – scrive – in qualsiasi altra città la serata starebbe iniziando. Qui sta finendo».
L’unico luogo aperto, racconta, è una sala Bingo. Gestita dallo Stato. Illuminata, attiva, con servizio bar. Un contrasto che nel post viene sottolineato con amarezza: «I locali privati devono chiudere, la sala da gioco resta aperta».
All’uscita, il racconto si fa ancora più teso. L’uomo parla di un incontro con un gruppo dal fare ostile, di un tentativo di provocazione, della scelta di allontanarsi. «Non è codardia – scrive – è sopravvivenza».
Ed è qui che arriva una delle riflessioni più forti del post. L’autore ricorda quando, anni fa, uscendo la sera, si temevano i posti di blocco. «Oggi quella paura è diventata speranza», scrive. Perché quella notte, in centro, «non c’era nessuno. Nessuna pattuglia, nessun controllo, nessuna presenza».
Il rientro al Sacrario, oltre le due di notte, porta con sé l’ultima immagine simbolica: un locale storico trasformato in una sorta di discoteca improvvisata, frequentata quasi esclusivamente da stranieri, mentre il resto del centro è immerso nel silenzio.
Il post si chiude senza rabbia, ma con una rassegnazione che colpisce. L’autore si dice preoccupato per la città, per il futuro, soprattutto per quello dei figli. «In che città cresceranno?», si chiede. E ammette che, quella notte, l’unico posto in cui si è sentito davvero al sicuro è stato casa.
Una testimonianza dura, che non fa sconti a nessuno e che riaccende un dibattito già aperto: quello su un centro storico che rischia di spegnersi tra serrande abbassate, assenza di servizi e mancanza di presidi. Un silenzio che, come scrive l’autore del post, «ormai è diventato assordante».

