Costa non ha usato mezzi termini nel descrivere un meccanismo in cui la libertà personale viene spesso sacrificata sull’altare di indagini frettolose
VITERBO – Quasi 280 milioni di euro in poco più di otto anni. È questa la cifra impressionante che lo Stato italiano ha sborsato dal 2017 all’ottobre 2025 per risarcire oltre seimila cittadini finiti in carcere da innocenti. Un conto salatissimo che grava sulla collettività e che rappresenta, secondo l’onorevole Enrico Costa, la prova più tangibile di un sistema che necessita urgentemente di una correzione. Il dato è risuonato con forza a Viterbo, nella sede provinciale di Forza Italia a piazza della Rocca, dove l’ex ministro ed ex magistrato ha lanciato la campagna referendaria per la riforma della giustizia, affiancato dai vertici locali del partito, tra cui il segretario provinciale Alessandro Romoli e il responsabile organizzativo Francesco Battistoni.
Costa non ha usato mezzi termini nel descrivere un meccanismo in cui la libertà personale viene spesso sacrificata sull’altare di indagini frettolose, dove la custodia cautelare diventa una forma di anticipazione della pena. Quei milioni di euro di risarcimenti sono la certificazione di un fallimento processuale che ha origine nello squilibrio tra i poteri in campo: oggi, ha argomentato il deputato, l’accusa prevale nettamente sulla difesa e finisce per condizionare anche il giudice. I numeri citati da Costa a supporto di questa tesi sono impietosi: nel 94% dei casi i giudici autorizzano le intercettazioni richieste dai PM e le richieste di proroga vengono quasi sempre accolte, segno di una sudditanza psicologica o funzionale che mina alla base la garanzia di un giudizio imparziale.
Il problema, tuttavia, non è solo economico o procedurale, ma profondamente sociale. Nel suo intervento, Costa ha evidenziato come la “sentenza mediatica” arrivi molto prima di quella del tribunale. Quando una persona finisce nel tritacarne delle indagini, spesso con accuse enfatizzate dalla stampa, la sua reputazione viene compromessa irrimediabilmente. Anche se anni dopo arriva l’assoluzione e lo Stato stacca un assegno per risarcire l’errore, quella somma non basta a rimarginare la ferita o a restituire la dignità perduta. È una condanna sociale che colpisce chiunque, dal semplice cittadino all’amministratore locale, spesso vittima di un uso strumentale del diritto penale per eliminare avversari politici, come dimostrano i tanti casi di sindaci indagati per abuso d’ufficio e poi prosciolti.
La riforma promossa da Forza Italia, che punta alla separazione delle carriere e all’istituzione di un’alta corte disciplinare svincolata dalle correnti del CSM, viene quindi presentata non come una battaglia tecnica, ma di civiltà. L’obiettivo dichiarato è spezzare l’automatismo tra indagine e condanna preventiva e ripristinare una vera parità tra accusa e difesa, affinché quei 280 milioni di euro spesi per riparare agli errori dello Stato rimangano solo un triste ricordo del passato e non una voce di bilancio in costante crescita.

