Roma – Addio a Bruno Landi: scompare l’ex Presidente socialista che guidò il Lazio negli anni d’oro del PSI

L’ultimo dei Craxiani veri, dal trono della Pisana all’impero dei rifiuti del “Supremo” Manlio Cerroni. I funerali martedì 24 alle ore 11 nella chiesa di San Giovanni Battista de la Salle

ROMA – Si è spento ieri nella sua abitazione di Roma, all’età di 86 anni, Bruno Landi, figura centrale e controversa della politica laziale per oltre un quarantennio. Esponente di spicco del Partito Socialista Italiano (PSI) durante la Prima Repubblica, Landi ha attraversato le stagioni del potere regionale, passando dagli scranni della presidenza della Pisana ai vertici del management dei rifiuti, in un intreccio tra politica e impresa che ha segnato profondamente la storia del Lazio.

I funerali si svolgeranno martedì mattina alle 11 nella chiesa di San Giovanni Battista de la Salle a Roma.

Il “Socialista di ferro” alla guida del Lazio

Nato a Capalbio nel 1939, Landi si formò politicamente all’ombra del garofano craxiano. La sua ascesa fu rapida e lo portò a ricoprire la carica di Presidente della Regione Lazio in due mandati distinti:

  • Il primo (1983-1984): In una fase di consolidamento dell’egemonia socialista a livello locale.

  • Il secondo (1987-1990): Un periodo di grande espansione edilizia e infrastrutturale per Roma e il territorio circostante, che lo vide tra i protagonisti della gestione dei fondi e dello sviluppo regionale.

Uomo di apparato e fine conoscitore delle dinamiche del consenso, Landi non fu solo un amministratore regionale: sedette alla Camera dei Deputati nell’XI legislatura e ricoprì incarichi di peso nel partito, restando fedele alla propria identità politica anche dopo il crollo del PSI sotto i colpi di Tangentopoli, confluendo successivamente nel Nuovo PSI.

Dalla politica al “sistema” dei rifiuti

Conclusa la fase di politica attiva in prima fila, Landi non si ritirò a vita privata, ma mise a frutto la sua profonda conoscenza delle macchine amministrative nel settore dei servizi ambientali. Divenne un manager di alto profilo, ricoprendo ruoli come:

  • Amministratore delegato di Ecoambiente (gestore della discarica di Borgo Montello).

  • Presidente di Ecologia Viterbo.

Questa “seconda vita” professionale lo portò a un legame strettissimo con Manlio Cerroni, il cosiddetto “Re di Malagrotta”. Nel 2014, Landi finì al centro di una tempesta giudiziaria che scosse il Lazio: fu arrestato insieme a Cerroni con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti. Secondo gli inquirenti di allora, Landi fungeva da “cerniera” tra il gruppo imprenditoriale e i palazzi della politica che un tempo aveva guidato.

Tuttavia, dopo anni di battaglie legali, nel 2018 arrivò l’assoluzione piena in primo grado “perché il fatto non sussiste”, una sentenza che Landi accolse come la fine di un incubo e il riconoscimento della propria correttezza professionale.

L’ultimo atto di una vita nelle istituzioni

Bruno Landi è stato, nel bene e nel male, un esempio della classe dirigente della “Prima Repubblica”: pragmatica, radicata nel territorio e capace di navigare tra le pieghe della burocrazia. Chi lo ha conosciuto ne ricorda l’intelligenza acuta e la capacità di mediazione, doti che gli permisero di restare a galla anche quando il suo mondo politico sembrava scomparso.

La sua scomparsa chiude un capitolo di storia romana e laziale fatto di grandi progetti, trasformazioni urbanistiche e le inevitabili ombre di una gestione del potere che ha spesso confuso il pubblico con il privato.

Il decennio in cui Bruno Landi ha esercitato il massimo potere regionale (1983-1990) è stato il cuore pulsante della cosiddetta “Milano da bere”, che però a Roma si declinava in una forma più istituzionale, legata ai ministeri e alla gestione delle grandi partecipate.

Proprio a quel periodo risale il ricordo di chi ha lavorato al suo fianco, come Achille Cester, che lo descrive come un “grande politico”. Secondo Cester, Landi possedeva quella visione istituzionale necessaria per governare una regione complessa, una dote che avrebbe mantenuto anche negli anni più bui della crisi politica italiana.

Ecco i tre pilastri che spiegano il contesto politico in cui Landi si è mosso:

Il Lazio nel cuore del “Pentapartito”

Negli anni ’80, l’Italia era governata dal Pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI). In questo equilibrio, il PSI di Bettino Craxi non era più un semplice gregario della Democrazia Cristiana, ma l’ago della bilancia.

Bruno Landi rappresentava perfettamente questo nuovo corso: un socialismo pragmatico, decisionista, che puntava tutto sulla modernizzazione delle infrastrutture.

  • Il dualismo DC-PSI: Alla Pisana (sede della Regione), Landi doveva mediare costantemente con i “pesi massimi” della DC laziale. La Presidenza della Regione era il premio per un PSI che, pur essendo numericamente inferiore alla DC, era diventato indispensabile per formare le giunte.

Dalla “Politica dei Bisogni” alla “Politica dei Progetti”

Sotto la guida di Landi, la Regione Lazio cambiò pelle. Se negli anni ’70 la priorità era stata l’attuazione dei diritti sociali, gli anni ’80 furono il decennio dei grandi flussi finanziari:

  • L’urbanizzazione selvaggia e controllata: Furono gli anni della pianificazione di grandi aree industriali e residenziali.

  • La sanità come centro di potere: In quegli anni la sanità regionale iniziò a diventare il colosso finanziario che conosciamo oggi, assorbendo l’80% del bilancio regionale e diventando il principale terreno di scontro e spartizione tra i partiti.

Il “Laboratorio Roma” e le ombre del sistema

La politica laziale degli anni ’80 non era isolata: era strettamente connessa a ciò che accadeva in Campidoglio e nei palazzi del Governo. Landi fu un interprete della corrente craxiana che vedeva nell’efficienza amministrativa la propria legittimazione.

Tuttavia, questo modello portava con sé i germi della crisi degli anni ’90:

  • L’intreccio pubblico-privato: Si consolidarono quei legami con i grandi costruttori e i gestori di servizi (come i rifiuti) che avrebbero poi caratterizzato le cronache giudiziarie decenni dopo.

  • Il debito pubblico regionale: Fu il periodo in cui si iniziò a spendere massicciamente per opere pubbliche, spesso con costi lievitati, gettando le basi per i futuri deficit regionali.

Bruno Landi non fu un “passante” della politica, ma uno degli architetti di un sistema che vedeva la Regione come un centro di spesa e di potere autonomo, capace di dialogare alla pari con lo Stato. La sua capacità di restare in sella per due mandati in un decennio così turbolento testimonia una rara abilità diplomatica all’interno del caos del Pentapartito.