Critiche dure all’organizzazione poiché chi lo ha diretto ha escluso a tavolino le pasticcerie fuori dalle mura, presentando il prodotto – invece – come un qualcosa legato a tutta la città e alla sua promozione
VITERBO – “Un’occasione persa”. È netto il giudizio di Attilio Lupidi, segretario della Cna di Viterbo e Civitavecchia, Ermanno Fiorentini, presidente dell’Associazione provinciale panificatori e pasticceri, e Moreno Pierini, presidente dell’Unione Cna agroalimentare, sull’iniziativa che ha lanciato il nuovo cioccolatino “Un bacio a Viterbo”.
Secondo i rappresentanti di categoria, il nodo non è la qualità del prodotto né il lavoro di chi ha aderito. “A scanso di equivoci – precisano – il problema non è chi ha realizzato il cioccolatino, perché chi ha partecipato ha fatto il proprio lavoro con passione. Ma ‘Un bacio a Viterbo’ è stato presentato come un nuovo prodotto tipico che deve raccontare la città. E Viterbo è tutti i viterbesi”.
L’iniziativa, alla quale hanno aderito tre pasticcerie del centro storico su tutte quelle invitate, avrebbe però di fatto escluso le attività fuori dalle mura, nonostante il dolce sia stato proposto come simbolo cittadino. “Se si crea qualcosa per la città e che porta anche il suo nome – osservano – non può riguardare solo due o tre imprese. Avrebbe potuto funzionare molto meglio con un coinvolgimento e una partecipazione più ampia”.
I tre esponenti ricordano che il territorio dispone già di prodotti identitari riconosciuti attraverso strumenti ufficiali. “Esistono un disciplinare della Camera di Commercio e il marchio collettivo ‘Tuscia viterbese’, che comprende, tra gli altri, il Pane del vescovo e il Pane di Santa Rosa, strettamente legato alla festa più importante della città. Questi prodotti sono patrimonio di tutti, non di una sola parte della città. E da tutti possono essere proposti”.
Da qui la critica di metodo: “Nel momento in cui si decide di crearne uno nuovo – concludono Lupidi, Fiorentini e Pierini – sarebbe stato più opportuno condividerne la nascita con le pasticcerie di tutta Viterbo. Tutte insieme, da una parte avrebbero portato molta più gente a un evento in centro, dall’altra avrebbero consentito al turista di trovarlo non solo dentro le mura. Un’opportunità che, vista la genesi, ora risulta difficile da cogliere”.
Una presa di posizione che riaccende il dibattito sul significato di “prodotto tipico” e sulla necessità, quando si parla di identità cittadina, di “coinvolgere davvero tutta la comunità produttiva”.

