Viterbo – Il caso Iacopo Di Marzio, giustizia o vendetta di Stato?

Il paradosso di un’Italia che “salva” gli stranieri e schiaccia i propri figli. Dopo 20 anni e una vita faticosamente ricostruita dovrà tornare in cella azzerando quello che la società gli ha negato

VITERBO – Esiste un’Italia a due velocità, o meglio, un’Italia con due pesi e due misure, dove il concetto di “diritto” sembra dipendere più dal passaporto o dal calcolo burocratico che dalla realtà umana e sociale.

È l’Italia che si commuove per i diritti dei detenuti stranieri ma che, con una ferocia degna di un sistema orwelliano, decide di seppellire sotto i colpi di una sentenza tardiva chi, dopo vent’anni, aveva finalmente trovato la propria strada.

Il caso di Iacopo Di Marzio, giovane viterbese la cui storia sta scuotendo il web e le coscienze di chi ancora crede nel buonsenso, è l’emblema di un sistema giudiziario che ha smesso di essere “giusto” per diventare meramente “punitivo”, o peggio, persecutorio.

Il paradosso di Firenze: un trattamento di favore per chi scappa

Mentre a Viterbo si prepara la cella per Iacopo, a Firenze i giudici della Corte d’Appello hanno appena scritto una pagina che sa di beffa. Hanno negato l’estradizione a K.Y., un cittadino pakistano nato nel 1999, accusato ad Atene di omicidio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La motivazione? In Grecia l’uomo rischierebbe un trattamento “incompatibile con i diritti Cedu” (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo).

Dunque, un presunto omicida resta a piede libero in Italia perché le carceri greche sono brutte e cattive. Nel frattempo, un cittadino italiano, che ha commesso un errore da ragazzo nel lontano 2006 — quando il mondo era un altro e lui era un’altra persona — viene risucchiato nel buio di un carcere che, ironia della sorte, ha tassi di sovraffollamento e carenze sanitarie che nulla hanno da invidiare a quelli ellenici. Dov’è la Cedu per Iacopo? Dov’è il “rischio di trattamento inumano” per chi deve tornare in cella dopo vent’anni di attesa?

Iacopo Di Marzio: vent’anni per una condanna definitiva

La storia di Iacopo è un incubo kafkiano. Un reato commesso nel 2006, una “sciocchezza” giovanile pagata con oltre tre anni di carcerazione preventiva tra il 2009 e il 2012. Poi, il silenzio della legge. Vent’anni di vita trascorsi a ricostruirsi, a cercare una redenzione attraverso la musica, a diventare un uomo diverso. Iacopo ha trasformato la rabbia in arte, ha cercato la sua “Rinascita” (come il titolo del suo progetto musicale), ha accudito la sua famiglia e il suo cane Pablo.

Ma lo Stato italiano non dimentica, o meglio, lo Stato italiano “dorme” per due decenni e poi si sveglia all’improvviso, con la stessa agilità di un boia distratto. Qualche giorno fa è arrivata la mazzata della Cassazione: condanna definitiva. Iacopo deve tornare in cella per scontare un residuo di oltre tre anni. Non importa che nel frattempo abbia dimostrato di poter vivere onestamente. Non importa che abbia già espiato una parte consistente della pena vent’anni fa.

“Un sistema che non molla ti vuole criminale”, scrive Jacopo nel suo drammatico sfogo sui social. Ed è difficile dargli torto quando la legge ignora le istanze degli avvocati per “errori telematici” legati alla riforma Cartabia, mandando un uomo in cella per sbaglio (come accaduto tre mesi fa a Jacopo, prelevato con un braccio rotto e i punti di sutura) solo perché la professionalità della giustizia è stata sostituita da un algoritmo difettoso.

Il grido di Rebibbia: il diario di Gianni Alemanno

Questa cecità del sistema non colpisce solo i giovani in cerca di riscatto, ma si accanisce persino sui vecchi morenti. Dal suo “Diario di Cella 47“, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno racconta una realtà brutale che conferma il collasso del sistema sanitario e umanitario nelle nostre carceri.

Il caso di Roberto Canulli, 78 anni, detenuto a Rebibbia nonostante un quadro clinico devastante (ictus, enfisema, cecità quasi totale), è l’altra faccia della medaglia della vicenda di Iacopo. Canulli resta in cella perché “mancano le scorte” per accompagnarlo in ospedale a fare le visite prescritte. Viene dichiarato in “condizioni discrete” solo perché nessuno vuole prendersi la responsabilità di mandarlo ai domiciliari.

  • Sovraffollamento al 138,4%
  • 15.000 posti promessi dal Governo e mai realizzati
  • Mancanza cronica di medici specialisti e scorte

Mentre i giudici sono impegnati a difendere il proprio “fortino” in vista del referendum sulla separazione delle carriere di marzo 2026, la realtà delle carceri italiane è una polveriera di disumanità. Come può uno Stato pretendere di “rieducare” un uomo come Iacopo Di Marzio se lo stesso Stato non è in grado di curare un anziano di 78 anni o di distinguere tra un criminale pericoloso e un uomo che ha già ampiamente pagato il suo debito con la società?

La Giustizia non può essere Vendetta

 

 

La domanda che poniamo è semplice: a chi giova rimettere in cella Iacopo Di Marzio oggi? Qual è il valore sociale di distruggere una vita faticosamente ricostruita per un errore di vent’anni fa? La funzione della pena, secondo la nostra Costituzione (quella che i magistrati amano citare a giorni alterni), è la rieducazione. Iacopo si è rieducato da solo. Ha trovato nella musica la sua via d’uscita. Rimetterlo dentro oggi significa solo una cosa: vendetta burocratica.

È inaccettabile che la “lenta e infame legge italiana” (per usare le parole di Jacopo) sia così solerte nel punire i propri cittadini dopo decenni e così garantista nel proteggere chi, come il pakistano di Firenze, è accusato di reati gravissimi ma beneficia di interpretazioni “creative” dei diritti umani.

Invitiamo le associazioni, la politica e la società civile a non voltarsi dall’altra parte. Sosteniamo la battaglia di Iacopo, che non chiede di scappare — tant’è che si è sempre preso le sue responsabilità — ma chiede solo di non essere privato della libertà per un fantasma del passato. Chiediamo che si valuti il braccialetto elettronico, la comunità, i domiciliari. Qualunque cosa che non sia il buio di una cella sovraffollata per un uomo che ha già dimostrato di essere “altro” rispetto al fascicolo polveroso del 2006.

La Giustizia che arriva dopo vent’anni non è giustizia: è solo un errore che ne corregge un altro.