VITERBO – Non è solo vernice spray sui muri. Dietro le scritte apparse negli ultimi giorni nel quartiere Carmine, c’è il segnale inquietante di una nuova linfa che il movimento anarchico sta attingendo da un clima politico sempre più incandescente. Mentre una certa sinistra, rissosa e incapace di una condanna netta, continua a soffiare sul fuoco del dissenso violento, la Tuscia si riscopre terreno fertile per rigurgiti insurrezionali che credevamo appartenere al passato.
Quando la politica “giustifica”
Il ritorno in auge delle frange più estreme non nasce nel vuoto. È il risultato di una narrazione politica che, pur di attaccare frontalmente le istituzioni, finisce per strizzare l’occhio a chi le istituzioni vorrebbe abbatterle con la forza. Se la sinistra istituzionale appare implacabile nel rincorrere il consenso nelle piazze più calde, il rischio è quello di legittimare, anche solo col silenzio, chi passa dalle parole ai fatti. O, peggio, agli ordigni.
La tragedia di Roma: quando il “sogno” esplode tra le mani
Le recenti perquisizioni a Viterbo e Montefiascone non sono nate dal nulla.
Sono la risposta dello Stato alla comparsa di scritte alla memoria di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due anarchici morti lo scorso 20 marzo a causa dell’esplosione di un ordigno che stavano confezionando in un casolare abbandonato al Parco degli Acquedotti, nelle campagne romane.
“Sara e Sandro vivono nelle nostre lotte”
Questa la frase, accompagnata dalla classica “A” cerchiata, che ha imbrattato i muri del capoluogo, celebrando di fatto due militanti morti mentre preparavano un atto di violenza. La Digos ha risposto prontamente con blitz mirati, cercando di recidere i fili che collegano la cellula viterbese ai circuiti anarco-insurrezionalisti della Capitale, orbitanti attorno alla galassia di Cospito.
L’ombra di Massimo Leonardi
Ma c’è un altro dettaglio che grida vendetta e che dimostra una strana forma di “tolleranza” o, forse, di timore reverenziale. In quello che fu il vecchio negozio di tatuaggi di Massimo Leonardi — l’anarchico sardo residente per anni a Viterbo, scomparso non molto tempo fa a causa di una malattia — campeggia ancora uno striscione celebrativo.
Nonostante il passato turbolento di Leonardi, già arrestato nel 2003 per gli scontri contro la conferenza intergovernativa di Roma, e la sua posizione di spicco nel movimento, le autorità non hanno ancora provveduto alla rimozione di quel vessillo. Un simbolo che, per molti residenti, rappresenta un presidio di illegalità.
Perché quel simbolo è ancora lì? È possibile che in questa città si debba chiudere un occhio per non disturbare la sensibilità di chi, politicamente, preferisce il caos all’ordine?
Mentre la politica si accapiglia e certa sinistra continua a coccolare i manifestanti più estremi per puro calcolo elettorale, il territorio della Tuscia rischia di diventare una retroguardia logistica per azioni ben più gravi di una scritta su un muro. Le indagini tra Viterbo e Montefiascone sono solo la punta dell’iceberg di una tensione che lo Stato farebbe bene a non sottovalutare, prima che il prossimo “boato” non sia solo mediatico.


