Da ristorante a complesso residenziale con una semplice Cila: l’ombra del cambio di destinazione d’uso “fantasma” dietro il cantiere di via Mediterraneo
LIDO DI TARQUINIA – Quella che doveva essere una semplice riqualificazione urbana in via Mediterraneo sta assumendo i contorni di un vero e proprio enigma urbanistico.
All’angolo di quello che oggi è un viale elegante, tra piste ciclabili e nuova illuminazione, l’ex ristorante Pic Nic sta cambiando volto. Ma dietro i teloni del cantiere, i conti non tornano.
L’imprenditrice Attanasi ha deciso di puntare sul residenziale di pregio, trasformando lo storico ristorante in una serie di mini-appartamenti. Un’operazione commerciale legittima, se non fosse per un “piccolo” dettaglio che salta all’occhio leggendo il cartello di cantiere obbligatorio: la natura del titolo edilizio presentato.
Il “miracolo” della CILA: trasformare un ristorante in case con un click?
Sul cartello affisso all’esterno, la Attanasi Immobiliare Srl dichiara di operare tramite una CILA (Comunicazione di Inizio Lavori Asseverata), a firma del geometra Ettore Ghigi (comunicazione numero 6069 del 18-10-2025). Qui sorge il primo, pesantissimo sospetto.
La CILA, per legge, è destinata alla “manutenzione straordinaria leggera”: spostare un tramezzo, rifare un impianto, cambiare la disposizione interna di un’abitazione già esistente. Non è affatto lo strumento idoneo per operazioni che stravolgono la natura stessa di un immobile.
Esistono precise ragioni tecniche che rendono l’uso della CILA in questo contesto una scelta quanto meno discutibile, se non una palese forzatura:
- Il cambio di destinazione d’uso: Passare da un locale commerciale (Ristorante) a diverse unità abitative non è un lavoretto interno. È un cambio di categoria funzionale che incide sul carico urbanistico. Per farlo serve solitamente una SCIA o un Permesso di Costruire, titoli che prevedono controlli più rigidi e il pagamento di oneri al Comune.
- Il frazionamento selvaggio: Dividere un unico grande locale in più “mini-case” richiede verifiche strutturali e il rispetto di parametri igienico-sanitari (altezze minime di 2,70 m, rapporti aeroilluminanti, superfici minime) che una semplice comunicazione non può bypassare.
- L’ombra degli oneri: Utilizzando una CILA per “manutenzione interna”, si evitano i costi legati agli oneri di urbanizzazione che spettano a chi trasforma un negozio in abitazione. Un risparmio per l’impresa, ma un danno per le casse comunali.
- Il sospetto è chiaro: si sta cercando di far passare una vera e propria trasformazione edilizia sotto le spoglie di una “rinfrescata” ai muri interni?
Ad occhio nudo, osservando l’evoluzione dei lavori, è evidente che l’ex Pic Nic non sarà più un luogo dove ordinare una pizza, ma un complesso di alloggi. Sul cartello, la dicitura parla di “manutenzione straordinaria interni”. Una definizione che appare quantomeno riduttiva, se non fuorviante.
Viene da chiedersi:
- L’Ufficio Tecnico del Comune è al corrente della reale entità dei lavori?
- I Vigili Urbani hanno effettuato sopralluoghi per verificare se la realtà del cantiere corrisponda a quanto comunicato sulla carta?
A meno che l’obiettivo non sia creare un ristorante “estremamente frazionato e con molte camere da letto” — ipotesi decisamente fantasiosa — la situazione richiede un intervento immediato di trasparenza. Sarebbe opportuno che le autorità competenti andassero a dare un’occhiata da vicino, prima che i mini-appartamenti siano ultimati sotto il mantello dell’invisibilità burocratica.





