Il garante denuncia condizioni incompatibili con il carcere
Viterbo – Un detenuto di 69 anni è morto nella notte tra l’8 e il 9 aprile nel reparto di medicina protetta dell’Ospedale Santa Rosa. A rendere nota la vicenda è stato il garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasia, che ha espresso forti critiche sulle condizioni detentive ritenute incompatibili con il grave quadro clinico dell’uomo.
Secondo quanto riferito dal garante, il detenuto era entrato in carcere poco più di un anno fa per scontare una condanna a due anni e mezzo per truffa, pronunciata in contumacia. L’uomo, già affetto da una forma severa di diabete, avrebbe visto peggiorare rapidamente le proprie condizioni di salute durante la detenzione. In carcere gli sarebbe stato diagnosticato un tumore alla prostata con metastasi e lesioni vertebrali, mentre un successivo ictus avrebbe provocato afasia ed emiplegia.
Da circa un mese il detenuto si trovava ricoverato nel reparto dedicato ai detenuti dell’ospedale viterbese. «È stato ricoverato nel marzo scorso a Viterbo – ha spiegato Anastasia – e da allora l’equipe medica ha inviato due relazioni all’autorità giudiziaria segnalando la necessità di frequenti trasferimenti in strutture sanitarie esterne, di fatto incompatibili con la permanenza in carcere».
Il garante ha utilizzato parole particolarmente dure per descrivere la vicenda: «La (pena di) morte ha anticipato di un anno la fine di una sadica pena temporanea», ha dichiarato, sottolineando la gravità di una situazione che, a suo avviso, avrebbe richiesto interventi diversi in tempi più rapidi.
Il caso riporta l’attenzione anche sulle condizioni del sistema penitenziario locale. Nel Carcere Nicandro Izzo, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 marzo, risultano presenti 672 detenuti, di cui 290 stranieri, a fronte di 405 posti effettivamente disponibili rispetto a una capienza regolamentare di 440. Il tasso di affollamento si attesta così al 166%, un valore superiore sia alla media regionale sia a quella nazionale.
La vicenda potrebbe ora riaprire il dibattito sulle condizioni di detenzione delle persone con gravi patologie e sulla necessità di soluzioni alternative quando lo stato di salute risulta incompatibile con il regime carcerario.

