Roma – C’è una frase, nella sentenza del Tar del Lazio, che vale più di tutto il dispositivo: la Regione sconta un grave deficit impiantistico e il ciclo dei rifiuti presenta criticità strutturali.
Non è la denuncia di un comitato, non è il comunicato di un’azienda in causa: è la constatazione di un giudice amministrativo, messa nero su bianco. E poi? E poi nulla. Perché nel Paese del Gattopardo l’accertamento del problema non è il primo passo verso la soluzione: è la soluzione. Si prende atto, si archivia, si va avanti uguale.
Il Tar ha respinto il ricorso di Rida Ambiente contro la decisione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato di non aprire un’istruttoria per presunto abuso di posizione dominante nei confronti di Ecologia Viterbo.
Oggetto del contendere: le condizioni di conferimento nella discarica viterbese, dalle tariffe alle volumetrie assegnate. I giudici hanno condiviso le valutazioni dell’Antitrust — e, insieme, hanno certificato il contesto in cui quelle condizioni maturano: pochi impianti, capacità di trattamento e smaltimento insufficiente, un sistema che vive di spazi contesi perché gli spazi non bastano per tutti.
È qui che la vicenda smette di essere una lite tra due aziende e diventa una fotografia.
Da anni il Lazio amministra l’emergenza invece di chiuderla: piani rifiuti aggiornati, conferenze di servizi, ordinanze contingibili e urgenti che si rinnovano con la puntualità delle stagioni, siti individuati e poi abbandonati sotto la pressione dei territori. Ogni passaggio produce carte, nessuno produce impianti. E finché la capacità resta scarsa, la sua distribuzione diventa inevitabilmente una questione di discrezionalità amministrativa — cioè il terreno più scivoloso che esista, quello su cui i sospetti crescono da soli, anche quando i giudici non trovano illeciti.
Rida Ambiente prende atto della sentenza ma non considera chiusa la partita e annuncia il ricorso al Consiglio di Stato. Il punto, per la società, resta la gestione delle volumetrie disponibili e la richiesta di trasparenza, imparzialità e parità di trattamento tra operatori.
«Prendiamo atto della sentenza del Tar e, come sempre, ne rispettiamo le determinazioni», è la posizione dell’azienda, che però sottolinea come la pronuncia confermi una realtà denunciata da tempo: il deficit di impianti e di capacità di trattamento. In questo quadro — è il ragionamento — la gestione delle volumetrie non può essere affidata a logiche discrezionali né tradursi in disparità di trattamento, e servono regole chiare, verificabili e uguali per tutti. Rida ricorda inoltre che negli anni il settore è stato attraversato da vicende che hanno richiesto l’intervento della magistratura penale, con procedimenti che in alcuni casi hanno riguardato anche livelli amministrativi e politici: ragione in più, secondo la società, perché chi ha responsabilità istituzionali garantisca senza ambiguità imparzialità e parità. «Rida non arretra», conclude la nota, rivendicando un principio “semplice ma irrinunciabile”: nel sistema dei rifiuti le regole devono valere allo stesso modo per tutti.
Il ricorso, adesso, salirà a Palazzo Spada. Servirà a chiarire chi ha ragione tra due imprese. Non servirà a costruire un impianto. Quello resta il compito di chi, da anni, ha scelto la più italiana delle strategie: non decidere, e chiamarlo equilibrio.

