La Provincia di Viterbo ha giocato d’anticipo, inviando lo scorso 2 ottobre al ministero un corposo faldone di osservazioni tecniche
VITERBO – Il conto alla rovescia per l’individuazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi è agli sgoccioli. Secondo le ultime indiscrezioni trapelate dai palazzi romani, il governo si appresta a prendere una decisione definitiva, forse già sotto forma di decreti attuativi, entro la fine del 2026. A lanciare l’allarme da Palazzo Gentili è stato Andrea Di Sorte, consigliere provinciale delegato all’Ambiente, che in un incontro con i comitati e le associazioni locali ha esortato il territorio a non abbassare la guardia e a prepararsi a una nuova, imponente “prova muscolare” di piazza prima di Natale.
La Provincia di Viterbo ha giocato d’anticipo, inviando lo scorso 2 ottobre al ministero un corposo faldone di osservazioni tecniche. L’obiettivo del documento, frutto di un lavoro approvato all’unanimità dal consiglio provinciale e dall’assemblea dei sindaci guidata da Alessandro Romoli, è smontare pezzo per pezzo la Carta nazionale delle aree idonee (Cnai), dimostrando la totale incompatibilità di tutte le 21 aree della Tuscia selezionate da Sogin.
I rilievi mossi dall’équipe di esperti incaricata dall’ente evidenziano falle macroscopiche nei criteri di selezione governativi. Sul fronte geologico, sismico e idrogeologico, i tecnici Francesco Giuseppe Rossi e Antonio Mancini hanno fatto notare come la mappa di idoneità si basi su dati di pericolosità sismica ormai obsoleti, risalenti al 2004. Le valutazioni più recenti certificano infatti un rischio decisamente maggiore per il Viterbese. A questo si sommano la presenza di faglie attive, il pericolo costante di sprofondamenti del terreno e una gravissima vulnerabilità delle falde acquifere: un’eventuale dispersione di radionuclidi finirebbe per contaminare i corsi d’acqua locali fino a raggiungere il mar Tirreno. A queste criticità si aggiungono le lacune metodologiche della procedura di Valutazione ambientale strategica (Vas), analizzate dall’esperto Massimo Gobbi.
Devastante sarebbe anche l’impatto sul tessuto economico e produttivo. Il professor Vannini dell’Università della Tuscia ha certificato come il valore agricolo provinciale sia cinque volte superiore alla media nazionale. Trasformare la Tuscia nella pattumiera nucleare d’Italia significherebbe compromettere irrimediabilmente la reputazione di un territorio che vanta 532 aziende agrituristiche e concentra da solo il 37% delle superfici laziali coltivate a biologico. Delle 21 aree minacciate, ben cinque ricadono direttamente all’interno del Biodistretto, mentre altre 16 andrebbero a intaccare le Iba (Important Bird and Biodiversity Areas), zone cruciali per la conservazione dell’avifauna.
Di fronte allo spettro di un danno ambientale incalcolabile che accelererebbe il fenomeno dello spopolamento, le istituzioni locali serrano i ranghi. Palazzo Gentili ha garantito il proprio supporto diretto, sia politico che logistico, alle future mobilitazioni. L’asse tra enti, associazioni e cittadinanza attiva, già testato con successo nelle battaglie contro l’eolico e il geotermico selvaggio, si prepara così a tornare in strada per respingere l’assalto definitivo del governo.

