La Villa Vie Odyssey, partita per un giro del mondo di tre anni e mezzo, ha sospeso le attività a Sihanoukville per il costo del carburante. Oltre duecento residenti sono stati fatti sbarcare. Tra loro l’americano Joel Greiff, salito a bordo appena 26 giorni prima
«Volevo vivere sulla nave da crociera per vent’anni: appena salito ho capito che era la mia casa. Ora è tutto finito, non rivedrò quei soldi».
Doveva essere l’inizio di una vita in viaggio, senza data di scadenza. Il sogno di una comunità galleggiante si è invece infranto all’improvviso nel porto cambogiano di Sihanoukville. La Villa Vie Odyssey, la nave partita per un giro del mondo continuo di tre anni e mezzo, si è fermata lì. La società statunitense che la gestisce, Villa Vie Residences, ha annunciato la sospensione immediata delle attività a causa dei costi del carburante, diventati insostenibili.
Tra le oltre duecento persone rimaste senza casa c’è anche Joel Greiff, 57 anni, originario della Florida, conosciuto a bordo come “Fantastic Joel”. Dopo mesi di preparativi, era salito sulla nave da appena 26 giorni.
«Dopo cinque minuti ho capito che era casa mia»
L’idea di questa nuova vita era nata quasi un anno e mezzo prima. I primi contatti con la compagnia risalgono ad aprile 2024, mentre a maggio 2025 era arrivata una visita di prova di quattro giorni. «Pensavo di vivere sulla Odyssey per 10, 20 anni, anche di più», racconta. «Dopo cinque minuti dall’imbarco ho capito che quella era la mia nuova casa, che quelli sarebbero stati i miei nuovi vicini e che quello sarebbe stato il mio futuro».
A conquistarlo era stata soprattutto l’idea di far parte di una comunità unita. Così ha venduto o sistemato i suoi beni e ha salutato amici e parenti negli Stati Uniti con un lungo viaggio in auto. Il 1° ottobre si è imbarcato a Bangkok.
I primi segnali della crisi
All’inizio a bordo si respirava l’atmosfera di un piccolo villaggio: corsi di artigianato, spettacoli, karaoke e celebrazioni religiose. Ma rispetto alla visita di pochi mesi prima, qualcosa non funzionava più come prima. «Era evidente che i servizi fossero peggiorati rispetto a maggio 2025», ricorda Greiff. Il servizio lavanderia era meno frequente, tanto che prima di un’escursione ad Angkor Wat ha dovuto lavarsi i vestiti da solo. Gli itinerari cambiavano spesso, con giornate intere passate ferme in mare.
Lo sbarco in sette ore
La notizia è arrivata su Circle, la piattaforma di comunicazione interna usata dall’amministratore delegato e dai residenti. Nelle settimane precedenti erano già arrivati un paio di avvisi: senza nuovi fondi, il viaggio si sarebbe fermato. Poi l’annuncio definitivo, mentre Greiff si trovava alla stazione degli autobus, di ritorno da Angkor Wat. «Il messaggio è arrivato verso le sette del mattino: dovevamo sbarcare entro le due del pomeriggio».
Prima di partire per l’Asia aveva ridotto tutta la sua vita a quattro valigie grandi e due bagagli a mano, così gli è bastata un’ora per raccogliere le sue cose. Ben diversa la situazione di chi viveva a bordo da due anni e aveva accumulato gli oggetti di un’intera casa.
La solidarietà tra ex passeggeri
Lasciata la nave e la confusione di Sihanoukville, Greiff si è spostato a Kampot, una località più tranquilla a tre ore di distanza. Lì ha affittato un appartamento per un mese. Da Kampot torna spesso alla nave per dare una mano agli altri residenti. «Vado avanti e indietro per aiutare i miei compagni di viaggio con i bagagli, a trovare un posto dove stare e a scaricare le loro cose», racconta. Tra gli ex passeggeri bloccati in Cambogia è nata una rete di aiuto spontanea.
Sui soldi versati per il soggiorno, che probabilmente non recupererà, la prende con filosofia: «Ho pagato molto per 26 giorni sulla Odyssey e molto probabilmente non rivedrò più quei soldi. Se li perdo, non ne ho bisogno, non mi importa. Le cose più importanti nella vita sono i grandi amici, la famiglia, viaggiare per il mondo, vivere avventure e aiutare gli altri».
Se la nave non dovesse ripartire, il suo piano è trasferirsi a Chiang Mai, in Thailandia.

