Aveva denunciato violenze, era già finita in ospedale per le botte e le coltellate dell’uomo da cui cercava di liberarsi. Un divieto di avvicinamento a proteggerla che non è mai arrivato, la relazione dei servizi sociali nel fascicolo, una valutazione del rischio che parlava chiaro. Una morte che poteva essere evitata, una tragedia annunciata che ora approda in Corte d’Assise il 2 febbraio prossimo
CIVITAVECCHIA – La storia di Teodora Petrova Kamenova si è spenta in un pomeriggio di maggio, in pieno centro a Civitavecchia, sotto i colpi di coltello dell’uomo che diceva di amarla, che l’aveva già ridotta in ospedale mesi prima. A differenza di quanto emerso inizialmente, dalle carte prodotte non c’è traccia di “divieti di avvicinamento”.
Era il 15 maggio 2025, erano da poco passate le 14.45 quando le urla di una donna hanno squarciato la quiete di via Gorizia: Teodora, 47 anni, cittadina bulgara, giaceva riversa nell’androne del palazzo in cui viveva, colpita mortalmente all’altezza del cuore da tre fendenti che le hanno causato un collasso metaemorragico.
Ad ucciderla, secondo la ricostruzione ormai solida nelle carte degli inquirenti, è stato l’ex compagno José German Varela Luna, 54 anni, cittadino venezuelano.
Dopo il delitto, l’uomo non ha cercato di fuggire: ha raggiunto a piedi la caserma dei Carabinieri e ha confessato. «L’ho ammazzata io». Una dichiarazione secca, che ha dato immediata forma giudiziaria all’orrore.
Un femminicidio che ha sconvolto l’intera comunità, perché nulla è avvenuto nell’ombra: la tragedia si è consumata in pieno giorno, in una via popolata, e riguardava una donna già nota ai servizi sociali, alle autorità, ai medici del pronto soccorso.
Teodora aveva già denunciato quell’uomo. Il 10 gennaio 2025 si era presentata in caserma, ancora ferita e sotto shock, con referti medici che certificavano percosse e coltellate ricevute durante l’ennesima aggressione domestica.
I Carabinieri avevano trasmesso alla Procura di Civitavecchia una dettagliata informativa, comprensiva di denuncia, testimonianze, referto, valutazione del rischio. Il suo nome compariva anche nella relazione dei servizi sociali inviata alla Procura il 2 aprile 2025, un mese prima della morte.

Tutti segnali che, letti oggi, lasciano un retrogusto amaro: la violenza era nota, riconosciuta, documentata. Eppure Teodora era rimasta lì, esposta, sola, a pochi metri dall’uomo che l’avrebbe finita.
Secondo gli investigatori, nel primo pomeriggio del 15 maggio Varela Luna si sarebbe appostato nei pressi dell’abitazione della donna. Teodora, appena intraviste le intenzioni dell’ex compagno, avrebbe tentato di fuggire rifugiandosi nell’androne. Non ha fatto in tempo. I tre fendenti al petto – che l’autopsia descriverà come profondi, letali, diretti a cuore e torace – l’hanno uccisa nel giro di pochi minuti. Chi ha provato ad aiutarla ha trovato solo il suo corpo agonizzante. L’aggressore, intanto, si era già incamminato verso la caserma per costituirsi. Un gesto che non attenua la violenza dell’atto ma cristallizza la lucidità con cui è stato compiuto.
Parole che si sovrappongono con amara precisione alle carte dell’inchiesta, dove si ricostruisce il quadro di una donna già ferita, già minacciata, già arrabbiata e spaventata, che aveva già chiesto protezione. Una protezione che non è arrivata in tempo.
Intanto, nel silenzio gelido dell’Istituto di Medicina Legale del Verano, a Roma, il corpo di Teodora ha atteso l’esame autoptico. Il referto – trasmesso agli atti e ora parte integrante del fascicolo processuale – conferma quanto già emerso: ferite da arma da taglio al torace, esito di un’azione rapida, concentrata, violenta. La donna, dicono gli esperti, ha tentato di difendersi, ma non ha avuto scampo. Per la Civitavecchia Servizi Pubblici, dove era impiegata dal mese di aprile nei progetti di pubblica utilità ai Bagni della Ficoncella, Teodora era una presenza preziosa: una lavoratrice umile, empatica, sempre disponibile.
«Si era fatta apprezzare da tutti» ha scritto l’azienda in una nota. «Ricordiamo la sua professionalità e la sua umanità». Parole che restano a testimonianza di una donna che aveva saputo costruire relazioni sincere anche nei contesti più semplici e quotidiani.
Civitavecchia – In centinaia per l’ultimo saluto a Teodora Kamenova (FOTO)
Sul fronte giudiziario, la Procura della Repubblica di Civitavecchia, nella persona del pubblico ministero Marina Mannu, ha chiuso le indagini con una rapida formalità: la confessione dell’indagato, la convergenza dei riscontri tecnici, le testimonianze, i referti e le informative hanno permesso alla magistrata di chiedere il giudizio immediato ai sensi dell’art. 453 c.p.p.
Il giudice per le indagini preliminari, Viviana Petrocelli, ha accolto la richiesta e ha disposto che José German Varela Luna compaia davanti alla Corte d’Assise di Roma il 2 febbraio 2026.
La famiglia della vittima – la madre Manuela, la sorella Polina, i nipoti e il cognato – sarà rappresentata dagli avvocati Lorenzo Mereu e Clelia Bulfaro, che si costituiranno parte civile.
L’imputato, attualmente detenuto nel carcere di Rieti, è difeso dall’avvocato Matteo Mormino.
Nel decreto di giudizio immediato e negli atti allegati emerge un dettaglio che colpisce più di tutti: fra i documenti trasmessi dal P.M. al giudice compare la denuncia del 10 gennaio 2025, quella stessa denuncia in cui Teodora raccontava le botte, la paura, le coltellate ricevute, la sensazione crescente di essere in pericolo. È un documento che oggi pesa come un macigno.
Perché se fosse stato tenuto in debita considerazione, se fosse stato seguito da misure più incisive, se l’allontanamento fosse stato monitorato davvero, se qualcuno si fosse chiesto cosa significassero quelle ferite e quelle parole, Teodora forse sarebbe ancora viva. E non è l’unico elemento inquietante: agli atti era presente, come già raccontato, anche la relazione dei servizi sociali del 2 aprile 2025, un mese prima dell’omicidio. L’allarme era chiaro, inequivocabile, scritto. Nessuno ha fatto abbastanza.
Femminicidio di Civitavecchia, fissati i funerali di Teodora Kamenova
La storia giudiziaria farà il suo corso, ma quella umana si è già conclusa nel modo più tragico.
Teodora non è morta nel silenzio: aveva chiesto aiuto, aveva denunciato, aveva tentato di sottrarsi. È stata lasciata sola davanti alla furia di un uomo che aveva già mostrato di essere pericoloso. Questa morte – e non c’è modo più onesto per dirlo – poteva essere evitata.
Teodora andava protetta, sostenuta, accompagnata fuori da un rapporto violento che aveva già lasciato segni profondi sul suo corpo e sulla sua vita.
Invece è stata abbandonata dentro la spirale che l’ha uccisa. E ora il suo nome si aggiunge, l’ennesimo, a un elenco che cresce, spietato, ogni anno. Un elenco che non dovrebbe esistere.
Un elenco che parla, più di mille discorsi, del fallimento collettivo di una società che ancora non sa proteggere le donne che chiedono aiuto.


