Viterbo – Aggressioni al personale sanitario, Gunnella (Cisl Fp): “Ridurre i tempi di attesa significa anche abbassare il livello di conflittualità”

VITERBO – Gli episodi di violenza all’interno delle strutture sanitarie non sono più casi isolati, ma segnali di un disagio profondo che coinvolge in particolare i pronto soccorso. L’ultimo episodio, avvenuto nei giorni scorsi all’ospedale Santa Rosa, riporta al centro dell’attenzione una problematica che da tempo preoccupa operatori e sindacati.

Nel pomeriggio di giovedì, una donna giunta al pronto soccorso per accertamenti ha perso il controllo, aggredendo un’infermiera. Nonostante l’intervento delle forze dell’ordine, la situazione è degenerata ulteriormente e la donna si è scagliata anche contro uno degli agenti, venendo poi arrestata. Un fatto grave, ma purtroppo non nuovo.

Negli ultimi mesi, infatti, gli episodi di violenza si sono moltiplicati. A luglio un uomo in stato di ebbrezza ha aggredito quattro infermieri durante la notte, causando loro lesioni. In autunno un altro episodio ha coinvolto un paziente accompagnato in ospedale dalle forze dell’ordine, con conseguenze anche per alcuni carabinieri. Più recentemente, a metà gennaio, una donna ha minacciato e aggredito il personale sanitario, rendendo necessario l’intervento dei militari.

Secondo i sindacati, si tratta di una situazione ormai strutturale. Il pronto soccorso è sempre più un luogo di tensione, sovraffollato e sottoposto a carichi di lavoro insostenibili, dove medici e infermieri sono costretti a operare in un clima di crescente insicurezza. A denunciarlo è anche Mario Filippo Perazzone, segretario della Cisas, che sottolinea come spesso a scatenare i conflitti siano attese prolungate e carenze organizzative.

Sulla stessa linea Stefania Gunnella della Cisl Fp, che da tempo richiama l’attenzione sul problema: “Ridurre i tempi di attesa significa anche abbassare il livello di conflittualità”. Per la sindacalista, servono interventi concreti: più personale, un rafforzamento dei presìdi di sicurezza, una diversa organizzazione dei servizi sanitari sul territorio e un reale piano contro il sovraffollamento.

Il problema, spiegano le sigle sindacali, non riguarda il singolo episodio di violenza, ma un sistema che fatica a reggere l’urto della domanda di assistenza. La carenza di personale, l’assenza di filtri adeguati sul territorio e il peso eccessivo che grava sui pronto soccorso trasformano luoghi di cura in contesti ad alto rischio.

Se ogni episodio continuerà a essere trattato come un fatto a sé stante, avvertono, la spirale non potrà che proseguire. A pagarne il prezzo saranno ancora una volta medici, infermieri e operatori sanitari, chiamati a lavorare sotto pressione costante, in condizioni che nulla hanno a che fare con l’idea di sanità pubblica come spazio di cura e tutela.