MONTALTO DI CASTRO – aIl dibattito sul decreto bollette riaccende la questione della giustizia energetica nei territori ad alta concentrazione di impianti. Il comitato No Fer Selvaggio Montalto e Pescia torna a denunciare quello che definisce “un problema strutturale del sistema energetico nazionale”, ovvero la concentrazione di impatti ambientali e infrastrutturali nei comuni produttori senza un adeguato ritorno economico per cittadini ed esercenti.
“Il sistema continua a scaricare costi ambientali e sociali sui territori produttori senza garantire benefici proporzionati”, si legge nella nota diffusa dal comitato. Un nodo che, secondo i promotori, non viene sciolto nemmeno dal recente intervento normativo.
Oneri di sistema e scelte politiche
Al centro della critica vi è la composizione stessa della bolletta elettrica. Oltre il 20% del totale è infatti rappresentato dagli oneri generali di sistema, una componente parafiscale destinata a finanziare incentivi alle rinnovabili, sostegni al mercato e politiche energetiche nazionali.
“Il prezzo finale dell’energia non dipende solo da domanda e offerta — sottolinea il comitato — ma da scelte regolatorie precise. È una materia politica che può e deve essere corretta”.
Il decreto interviene sul mercato elettrico all’ingrosso (MGP) e sul sistema degli incentivi, ma secondo il movimento evita la questione centrale: il riconoscimento automatico di un vantaggio diretto per i territori che producono energia per il Paese.
Il caso di Montalto di Castro e Pescia Romana
Il riferimento è esplicito a due aree considerate tra le più esposte alla concentrazione energetica. “Qui si produce energia per l’intero sistema nazionale, con consumo di suolo agricolo, impatto paesaggistico e pressione sull’equilibrio territoriale”, evidenzia il comunicato.
Eppure, rileva il comitato, residenti ed esercenti pagano bollette identiche — “quando non superiori” — rispetto a territori che non ospitano alcuna infrastruttura energetica. “Questa è una distorsione economica evidente e misurabile”.
ETS e ritorno territoriale
Un altro punto critico riguarda l’utilizzo dei proventi delle aste ETS (quote CO₂). Se tali risorse vengono impiegate per coprire oneri di sistema, secondo il comitato è necessario introdurre un criterio di ritorno territoriale obbligatorio.
“Non compensazioni episodiche — si legge — ma un meccanismo strutturale di perequazione energetica”. In concreto, viene proposta una quota vincolata che si traduca in una riduzione automatica delle bollette nei comuni produttori.
Una transizione “non estrattiva”
Il documento mette in discussione l’impianto complessivo della transizione ecologica quando questa si traduce, nei fatti, in una trasformazione permanente dei territori rurali in poli energetici.
“La transizione non può funzionare con una logica estrattiva”, affermano i promotori. Un modello che, a loro avviso, genera conflitto sociale, sfiducia nelle istituzioni e rigetto delle politiche ambientali.
Per essere sostenibile, la transizione dovrebbe essere equilibrata tra produzione e tutela del territorio, economicamente redistributiva, trasparente nei flussi finanziari e misurabile nei benefici locali, oltre che regolamentata a favore di chi ospita gli impianti.
Le richieste
Il comitato avanza quindi una serie di proposte operative: riduzione strutturale degli oneri di sistema nei territori energetici; tariffa agevolata per residenti ed esercenti; fondo nazionale di redistribuzione territoriale alimentato da ETS e incentivi FER; limiti alla concentrazione territoriale degli impianti; monitoraggio pubblico dei benefici economici generati.
“Chi produce energia per il Paese non può restare penalizzato – affermano con decisione -. Senza giustizia energetica non esiste transizione: esiste solo uno spostamento di costi verso i territori agricoli”.
Il messaggio finale è chiaro: Montalto e Pescia “non sono periferie energetiche della nazione”, ma comunità che rivendicano bollette sostenibili, tutela del paesaggio, difesa dell’agricoltura e sviluppo reale.
Il comitato assicura che continuerà a vigilare e a mobilitarsi affinché il territorio venga riconosciuto come soggetto attivo della transizione energetica e non come area di sacrificio.

