Artemis II, la notte in cui l’uomo è tornato verso la Luna (VIDEO)

Artemis II testa il ritorno umano nello spazio profondo: obiettivo Luna 2028, sullo sfondo la sfida con Pechino

CAPE CANAVERAL – “E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Alle 00:35 italiane, nella notte tra il 1° e il 2 aprile, il cielo sopra Cape Canaveral si è acceso di arancione. Non è stato solo un lancio. È stato un ritorno. Con Artemis II, quattro astronauti hanno lasciato la Terra a bordo della capsula Orion, spinta dal potente Space Launch System, diretti verso una frontiera che l’umanità non attraversava da oltre mezzo secolo: lo spazio profondo, in rotta verso la Luna.

Dieci minuti dopo il decollo, il razzo aveva già superato la linea di Kármán, il confine simbolico tra atmosfera e spazio. I booster si sono staccati come previsto, precipitando nell’Atlantico, mentre la capsula ha dispiegato i pannelli solari e iniziato il suo viaggio. Dalla cabina, quasi subito, è arrivata una voce carica di stupore: “Che vista magnifica, abbiamo appena osservato il sorgere della Luna”. Una frase semplice, ma che restituisce la misura di ciò che sta accadendo: l’uomo sta tornando dove non arrivava dal 1972.

Il viaggio durerà dieci giorni, per un totale di oltre due milioni di chilometri percorsi. Orion sorvolerà il lato nascosto della Luna e poi tornerà verso la Terra seguendo una traiettoria a forma di otto. Non è previsto alcun allunaggio. Eppure, proprio in questa assenza si nasconde il senso più profondo della missione. Artemis II è un passaggio obbligato, una prova generale senza la quale il ritorno sulla superficie lunare resterebbe solo un progetto. Dopo il volo senza equipaggio del 2022, la NASA deve dimostrare che tutto funziona davvero con esseri umani a bordo: il razzo, i sistemi di supporto vitale, le comunicazioni nello spazio profondo, la capacità di affrontare e superare un viaggio che spinge nuovamente l’uomo lontano dalla sicurezza dell’orbita terrestre.

Fino all’ultimo, nulla è stato scontato. Poco prima del lancio, due problemi tecnici hanno fatto temere un rinvio: un malfunzionamento nel sistema di comunicazione e un’anomalia nel “flight termination system”, il dispositivo di sicurezza che permette di distruggere il razzo in caso di perdita di controllo. Anche una batteria aveva mostrato un surriscaldamento anomalo. Tutto è stato risolto in tempo, ma è un promemoria della fragilità di ogni impresa spaziale: ogni dettaglio può fare la differenza.

Gli astronauti di Artemis II si spingeranno fino a oltre 400mila chilometri dalla Terra, una distanza che solo l’equipaggio di Apollo 13 aveva raggiunto nel 1970, in circostanze drammatiche. Per tutti gli altri, lo spazio profondo è rimasto un limite invalicato per più di cinquant’anni. Questa missione lo riapre, e lo fa in un contesto profondamente diverso rispetto all’epoca delle missioni Apollo.

Allora la corsa allo spazio era una sfida ideologica tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Oggi lo scenario è cambiato, ma la competizione è tornata, con nuovi protagonisti e nuovi obiettivi. Il rivale degli Stati Uniti è la Cina, che ha già annunciato l’intenzione di portare i propri astronauti sulla Luna entro il 2030. La differenza, rispetto agli anni Sessanta, è che questa volta non si tratta solo di arrivare per primi, ma di restare. Il polo sud lunare, dove è stata individuata acqua allo stato ghiacciato, è diventato un obiettivo strategico: una risorsa fondamentale per future basi permanenti, per la produzione di energia e per missioni ancora più ambiziose, a partire da Marte.

In questo senso Artemis II non è soltanto una missione tecnica, ma un passaggio geopolitico. Serve a dimostrare che gli Stati Uniti sono ancora in grado di guidare questa nuova fase dell’esplorazione spaziale, nonostante ritardi, problemi tecnici e scelte controverse, come l’utilizzo di componenti derivati dagli Space Shuttle o le modifiche alla traiettoria di rientro per ridurre i rischi legati allo scudo termico della capsula.

Anche perché il momento più delicato deve ancora arrivare. Tra dieci giorni, Orion rientrerà nell’atmosfera terrestre a una velocità di circa 40mila chilometri orari. Sarà allora che lo scudo termico, già messo alla prova nel 2022, dovrà dimostrare di essere all’altezza. È lì che si giocherà davvero il successo della missione.

Intanto, mentre la capsula si allontana dalla Terra, Artemis II segna già qualcosa di irreversibile. Non ci saranno impronte sulla polvere lunare, né immagini destinate a diventare icone come quelle di Armstrong o Aldrin. Ma c’è un passaggio più silenzioso, e forse più importante: la verifica che il ritorno è davvero possibile.

Dopo oltre mezzo secolo, l’uomo non sta semplicemente guardando di nuovo la Luna. Sta tornando a considerarla una destinazione.