Civitavecchia – Slitta al 2038 la dismissione della centrale a carbone: via libera del Senato al decreto Bollette

La proroga della dismissione riaccende il confronto sul futuro industriale della città, storicamente legata alla presenza della centrale e alle attività dell’indotto

Civitavecchia – La chiusura definitiva delle centrali a carbone italiane slitta al 2038. È quanto stabilito dal decreto Bollette approvato dal Senato con 102 voti favorevoli, un provvedimento destinato ad avere ripercussioni anche sul territorio di Civitavecchia e sul futuro della produzione energetica locale.

Tra gli impianti coinvolti dal rinvio figura la Centrale di Torrevaldaliga Nord, da anni uno dei principali poli energetici nazionali. In precedenza, la dismissione delle centrali a carbone era stata fissata a dicembre 2025, in linea con il piano nazionale per l’uscita graduale da questa fonte energetica.

La decisione di posticipare la scadenza è legata soprattutto al contesto internazionale e alle tensioni che stanno interessando il settore energetico. Le difficoltà legate alla disponibilità delle materie prime e l’instabilità geopolitica, aggravata dai conflitti in corso in diverse aree del mondo, hanno spinto il governo a mantenere una maggiore flessibilità nella gestione delle fonti di produzione energetica.

All’interno del decreto è stato inserito un emendamento che consente di mantenere disponibili gli impianti a carbone fino al 2038, prolungandone la possibilità di utilizzo in caso di necessità. Questo non significa necessariamente un ritorno a un utilizzo continuativo del carbone, ma piuttosto la volontà di mantenere una riserva strategica per eventuali emergenze.

Per quanto riguarda la centrale di Civitavecchia, i gruppi a carbone sono stati fermati entro la fine del 2025, come previsto dal piano nazionale. L’impianto, però, non è stato smantellato e rimane tecnicamente riattivabile qualora si rendesse necessario sostenere la rete energetica nazionale in momenti di particolare criticità.

La proroga della dismissione riaccende il confronto sul futuro industriale della città, storicamente legata alla presenza della centrale e alle attività dell’indotto. La decisione potrebbe avere effetti anche sulle prospettive occupazionali e sui programmi di riconversione dell’area verso fonti energetiche alternative e meno impattanti dal punto di vista ambientale.

Il rinvio al 2038 lascia dunque aperti diversi scenari. Da un lato conferma l’intenzione di procedere con la transizione energetica, dall’altro evidenzia la necessità di mantenere strumenti di sicurezza in un periodo caratterizzato da forti incertezze sul piano energetico internazionale.