Sedici gli arresti effettuati in tutta Italia. Sequestrati 282 gigabyte di file illeciti. Caccia ai complici
Gli investigatori hanno scoperto una vera e propria comunità online privata con ben mille partecipanti. Per entrare e rimanere nel gruppo bisognava superare uno sbarramento: o si pagavano piccole somme di denaro in criptovalute (mascherate come “donazioni”) o si doveva condividere del nuovo materiale pedopornografico.
Per incastrare i responsabili, i poliziotti hanno dovuto lavorare sotto copertura, fingendosi normali utenti. In questo modo hanno scoperto un’organizzazione strutturata come una multinazionale, che usava sofisticati sistemi di crittografia e bot automatizzati sia per gestire gli utenti che per ripristinare le chat in caso di problemi. Durante l’operazione, la Polizia ha sequestrato l’enorme quantità di oltre 282 gigabyte di contenuti illegali, che corrispondono a più di 22mila video e 34mila immagini.
Il bilancio totale dell’operazione è pesantissimo. Oltre alle 23 perquisizioni fatte in tutta Italia (tra cui quella nel pontino), sono scattati 10 arresti in flagranza di reato a Torino, Milano, Padova, Fermo, Cagliari, Palermo e Treviso. Gli arrestati nascondevano archivi protetti da password e criptati nei loro dispositivi informatici.
Grazie a tecniche avanzate per scoprire l’identità di chi si nascondeva dietro lo schermo, la Procura di Roma ha ottenuto dal Giudice per le indagini preliminari (Gip) 6 ordinanze di custodia cautelare. Tre giorni fa sono stati fermati 3 amministratori italiani (residenti nelle province di Napoli, Barletta e Verona) e un cittadino svizzero, considerati i capi del gruppo. Altri due uomini, residenti a Messina e Genova, sono stati arrestati con l’accusa di aver partecipato attivamente, custodendo e scambiando tantissimo materiale illecito. Uno degli indagati ha ottenuto gli arresti domiciliari al posto del carcere per via delle sue condizioni di salute.
Il Procuratore Capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha commentato duramente la vicenda in conferenza stampa, parlando di un «commercio indegno di minori» e sottolineando come la banda avesse ruoli chiave e dinamiche identiche a quelle di una grande azienda.

