Monocultura della nocciola, continua il grido d’allarme

Muroni (Leu): “Questa trasformazione non è a costo zero, ma mina gli equilibri ambientali, economici e sociali” 

 

Roma -Monocultura delle nocciole, già da anni se ne discute, soprattutto nel viterbese, territorio interessato al 27% della produzione nazionale di nocciole, tante delle quali destinate alla multinazionale Ferrero. Ed è proprio quest’ultima a chiedere di potenziare la produzione ed aumentare la superficie di coltivazione. Con la preoccupazione di esperti ed ambientalisti di fronte alla crescita di monoculture, che 

« Siamo davanti a una vera emergenza – questa una vera e propria aggressione all’ambiente, con seri rischi per la salute dei cittadini e per l’uso indiscriminato dei pesticidi e del sovrasfruttamento delle risorse idriche». Aveva dichiarato mesi indietro il presidente del Biodistretto della via Amerina e delle Forre, Famiano Crucianelli, associazione che riunisce 13 Comuni interessati alla corilicoltura.

Qualche giorno fa dal suo blog sull’Huffingtonpost la deputata di Liberi e Uguali Rossella Muroni, già presidente di Legambiente, ha lanciato un nuovo  grido d’allarme.

Di seguito il suo intervento:

Siamo il paese con la maggiore diversità varietale in Europa, un patrimonio inestimabile di piante e alberi da preservare, che contribuisce alla bellezza del nostro paesaggio. Eppure dove si incontrano e si confondono Lazio, Umbria e Toscana – uno de cuori verdi dell’Italia tra Tuscia e Maremma che non a caso ha fatto da sfondo al film Le Meraviglie che nel 2014 si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria al Festival del cinema di Cannes – stiamo velocemente sostituendo questa biodiversità con una monotona monocultura della nocciola.

Un fenomeno legato soprattutto al ‘Progetto Nocciole Italia’ della Ferrero, che fa guadagnare pochi e preoccupa molti tra agricoltori, cittadini e amministratori locali. Per esempio quelli che fanno parte del BioDistretto della Via Amerina e delle Forre.

Perché questa trasformazione non è a costo zero, ma mina gli equilibri ambientali, economici e sociali e porta cambiamenti irreversibili nelle nostre campagne. Un allarme che avevo già raccolto in passato e su cui è intervenuta anche Alice Rohrwacher. La regista de Le Meraviglie, che quel territorio conosce bene, si è appellata ai presidenti Zingaretti, Marini e Rossi dalle pagine di Repubblica invocando uno sviluppo ‘vero e comunitario, sostenibile per tutti’.

Un appello importante, perché arriva dal mondo della cultura e dimostra che queste preoccupazioni sono condivise ad ampie fasce della società, che non sono solo appannaggio del mondo dell’agricoltura biologica e ambientalista.

La biodiversità e la sostenibilità, anche sociale, del modello produttivo sono la nostra ricchezza. Solo partendo da questo presupposto possiamo valorizzare al meglio l’agricoltura e i territori. Al contrario la crescita esponenziale delle monocolture impoverisce le campagne.

La multinazionale di Alba (Cn), che ha ormai la “testa” in Lussemburgo, prevede di aumentare vertiginosamente la superficie che in Italia coltiva a nocciole con 20 mila ettari di nuove piantagioni entro il 2025.

Il progetto, che interessa ormai molte Regioni e in particolare l’agro Falisco e il BioDistretto della Via Amerina, rischia di rendere la produzione locale una monocoltura intensiva con pesanti conseguenze economiche, ambientali e sociali. Una coltura unica e intensiva è infatti accompagnata da un uso insostenibile della falda acquifera e da un uso massiccio di fitofarmaci, con conseguente impoverimento del suolo, perdita di fertilità e inquinamento delle matrici ambientali.

Perché la nocciola e il successo internazionale della Ferrero siano un’opportunità di sviluppo per il Viterbese è necessario rispettare alcune condizioni: contenere la monocultura, favorire la biodiversità e l’agricoltura biologica. Senza mai dimenticare che le coltivazioni vanno realizzate nelle aree vocate.

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