Viterbo – La città si riempie di scarpette rosse artigianali per dire no alla violenza sulle donne

L’iniziativa stata realizzata con la collaborazione della CNA

VITERBO – Scarpette rosse ovunque, per amplificare il no alla violenza contro le donne. Nei laboratori artigiani, nelle vetrine delle attività commerciali del centro storico, alla Cittadella della salute, all’Ufficio turistico, all’Assessorato allo Sviluppo Economico e in tanti altri luoghi ancora: il messaggio contro questo dramma risuonerà forte nelle forme dell’arte e della creatività.

In occasione della “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, per la seconda volta Viterbo risponde “presente” al progetto dell’Associazione Italiana Città della Ceramica. “Grazie alla Cna – dice l’assessore alla sviluppo economico e attività produttive del Comune di Viterbo, Alessia Mancinianche quest’anno possiamo parlare dell’iniziativa Scarpette rosse. Un ringraziamento che voglio estendere alle artiste e agli studenti dell’ISS Francesco Orioli. Grazie in particolar modo al dirigente scolastico Simonetta Pachella e alla professoressa Cinzia Pace, e a tutti gli altri docenti che hanno garantito anche quest’anno la loro preziosa partecipazione. Abbiamo fatto di tutto per celebrare questa importante ricorrenza, seppur con una forma diversa. Non saranno le persone ad andare a vedere le scarpette, ma saranno direttamente le scarpette a farsi vedere dalle persone. Un messaggio forte, importante. Viterbo anche quest’anno risponde con una bellissima testimonianza d’arte da parte degli artigiani, con la grande collaborazione da parte delle attività commerciali della nostra città”.

Abbiamo voluto mettere insieme tante testimonianze creative – spiega la segretaria della CNA di Viterbo e Civitavecchia, Luigia Melaragni -, perché c’è bisogno di ribadire il no alla violenza anche e soprattutto in questo momento. Durante la pandemia sono aumentate infatti le richieste di aiuto. Non potevamo lasciar cadere queste grida senza fare qualcosa. Abbiamo quindi ripensato il modo di far arrivare un messaggio di denuncia e speranza”.

Tanti gli artigiani che hanno aderito all’iniziativa. Ma è stato fondamentale anche il contributo creativo degli studenti del Liceo Artistico “Francesco Orioli”, Laboratorio di discipline plastiche, con le docenti Francesca Graziano e Cinzia Pace, che hanno realizzato, prima del lockdown, decine di scarpette, esposte, fino al 29, nelle vetrine dei negozi che hanno aderito.

Scarpette rosse, ma non solo. C’è il libro di Lucia Maria Arena dell’Antica Legatoria Viali, che richiama i 142 femminicidi consumati nel 2019, inserito in una custodia che trasuda gocce di sangue. C’è la serie di piatti di Daniela Lai della Bottega d’Arte di via San Pellegrino, con dei tagli che da uno all’altro diventano sempre più grandi fino a rompersi del tutto e sanguinano al punto da diventare gradualmente da bianchi a rossi. Ci sono le delicate creazioni della Cooperativa sociale Agatos – Cooperativa sociale Integra: piatti e mattonelle sulla donna che subisce violenza, disegni di volti che lacrimano, coltelli, figure di donne in sofferenza, pannelli.

Oltre alle scarpette in ceramica, ecco quelle in ferro di Patrizia e Marco Rocchetti di Ferro Vivo: si ripetono all’infinito fino a formare un pugno, simbolo del sopruso, con una scritta alla base che è un no a violenza, odio, paura e silenzio. Elena Urbani di Lab33 ha raffigurato invece una principessa con in testa una gabbia di ferro: la sua scultura rappresenta la prigione anche psicologica subita dalla donna vittima di violenza. Poi c’è la violenza fisica e psicologica che Sandra Constantini ha espresso tramite un paio di sandali chiusi in una scatola trasparente, con catena e lucchetto, una violenza invisibile che non riesce a uscire.

La scarpetta in vetro rosso realizzata da Elisa Formicola di Aquarubra sarà visibile solo guardando attraverso il foro di una porta, tutta coperta. Quelle di Paola Ramondini, dedicate alla ragazze più giovani, sono invece da ballerina, in ceramica: la prima presenta una rosa sana, la seconda distrutta, simbolo del passaggio dalla felicità alla disperazione. Ce ne sono anche di realizzate con una struttura in rete metallica e ferro decorata con elementi vegetali (licheni, foglie di ginkgo biloba, amaranthus, fiori di rosa e di tanacetum), ovviamente a mano: le ha pensate Maria Olimpia Orsalini di Carpe Florem.

Barbara Mazzilli di Ars Longa Creazioni ha invece interpretato la speranza attraverso un diario in tessuto acrilico, decorato da cuori, ispirato e impreziosito da una poesia esposta accanto ad esso.

Poi, in via San Pellegrino, un vero e proprio percorso di opere, che va dalla casa madre di Cinzia Chiulli di Percorsi Artistici a quella dell’artista Massimo Lanzi. C’è l’installazione “Vite sospese”, fili con scarpe, alcune delle quali in procinto di cadere. I vicini hanno permesso di mettere i fili da una finestra all’altra. Fuori lo studio di Chiulli, un’opera in ferro arrugginito con una scarpa rossa, dal titolo “Volevo solo essere il centro del tuo mondo”. Poi la serie di piatti rotti denominata “Frammenti d’amore” e “Dalla terra al cielo”, uno specchio con polvere di argilla e peperino che sembrano lacrime, a creare un percorso che guarda verso il cielo. Ancora: il bassorilievo in argilla di Caterina Rossetti, stagista, dal titolo “Amore mutilato”. Il percorso di 150 metri termina con le colombe in ceramiche di Lanzi, alcune dentro e altre fuori da una gabbia. Una colomba come simbolo di pace, dentro e fuori.

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