Latina – Il sistema della prevenzione e il “Caso Iannotta”: quando lo Stato diventa carnefice di anziani e malati oncologici

LATINA – Mentre il processo “Dirty Glass” arranca tra le testimonianze surreali di collaboratori di giustizia poco attendibili, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma sferra un colpo mortale a quattro famiglie.

La denuncia: “Confische non definitive e minacce di sfratto a pazienti oncologici e ottantenni. Questa non è giustizia, è inquisizione“.

In un’Italia dove la fiducia dei cittadini verso la magistratura ha toccato i minimi storici, il sistema delle misure di prevenzione sembra aver smarrito la sua bussola costituzionale per trasformarsi in un meccanismo di persecuzione cieca.

Il cosiddetto “Codice Antimafia”, nato con intenti nobili, viene oggi percepito come uno strumento dittatoriale di inquisizione, capace di privare un individuo di ogni bene prima ancora che una sentenza definitiva ne accerti la colpevolezza. Il caso che vede protagonista Luciano Iannotta e la sua famiglia è l’emblema di questo cortocircuito istituzionale: un dramma umano che si consuma tra le aule di tribunale e il fango di una burocrazia spietata.

L’AMMINISTRATORE SENZA TEMPO (SE NON PER SFRATTARE)

Il cuore della denuncia riguarda la gestione della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma. Sotto la direzione della Presidente Maria Antonietta Ciriaco, del giudice delegato Anna Maria Fattori e del giudice a latere Luca Della Casa, l’amministratore giudiziario Francesco Giovanni Ciro Esposito (nella foto con gli animali morti di stenti) ha messo in atto un’azione che definire sconcertante è un eufemismo.

Mentre la Corte d’Appello deve ancora pronunciarsi sulla definitività della confisca — rendendo il provvedimento, di fatto, ancora sub judice — l’amministrazione giudiziaria ha avviato le procedure di sfratto per morosità contro quattro famiglie residenti negli immobili sequestrati.

La richiesta? Oltre 71 mila euro. Una cifra astronomica per chi, da anni, vive nel limbo dell’incertezza economica causata dal blocco totale dei conti e delle proprietà.

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Ciò che indigna non è solo l’atto in sé, ma la totale assenza di empatia e umanità. Tra i destinatari del provvedimento figurano sei anziani ultraottantenni, pazienti oncologici e giovani la cui salute è stata devastata dallo stress e dalle conseguenze di questa infinita odissea giudiziaria. Eppure, l’amministratore Esposito sembra avere priorità selettive: dichiara di non avere tempo per redigere gli inventari, non trova il tempo di aprire 36 scatoloni di documenti vitali per l’esercizio del diritto di difesa degli imputati, ma trova miracolosamente il tempo per firmare sfratti che condannano alla strada persone fragili e malate.

IL PROCESSO “DIRTY GLASS”: LO SHOW DEI PENTITI

Parallelamente al dramma immobiliare, nelle aule del Tribunale di Latina si consuma lo spettacolo grottesco del processo “Dirty Glass“. Qui, la realtà processuale viene costantemente deformata da narrazioni contraddittorie che sfidano la logica.

Riccardo Agostino

L’ultima udienza ha visto protagonista Agostino Riccardo, collaboratore di giustizia la cui attendibilità è svanita sotto i colpi del controesame delle difese. Riccardo, che ha saltato udienze precedenti giustificandosi con un “mal di testa preventivo” certificato con modalità quantomeno dubbie, ha messo in scena uno show fatto di amnesie selettive e ricostruzioni che smentiscono persino sentenze passate in giudicato.

È scandaloso che un processo di tale portata poggi sulle spalle di soggetti pluripregiudicati — estorsori e bancarottieri — che godono dello status di collaboratori e del sostegno economico dello Stato, mentre alle vittime reali viene tolto anche il tetto sopra la testa. Riccardo è arrivato a sostenere che Iannotta fosse il mandante di un’estorsione ai danni di se stesso, smentendo una verità giudiziaria cristallizzata dal dott. Gian Luca Soana, che anni fa riconobbe Iannotta come parte offesa.

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CONTRADDIZIONI E FANTASIA: L’OASI AFRICANA

Il confronto tra le deposizioni di Agostino Riccardo e l’altro “pentito”, Renato Pugliese, rivela un abisso di incoerenze:

    • Versioni opposte sul primo incontro: per uno fu verbale, per l’altro un pestaggio violento.
    • Ruoli interscambiabili: Iannotta viene descritto ora come vittima, ora come mandante, ora come “capo occulto”, in un minestrone logico dove chi paga per non essere estorto finisce stranamente per comandare i suoi aguzzini.
    • Narrazioni mitologiche: Riccardo ha infarcito i suoi racconti di dettagli iperbolici degni di un romanzo pulp: ville con coccodrilli, giraffe, scimmie, tigri e canali navigabili. Elementi mai verificati, privi di riscontri, volti a creare un’immagine di “potere criminale” che però non trova riscontro nei fatti documentali.

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UN APPELLO ALLA GIUSTIZIA (QUELLA VERA)

Siamo di fronte a un paradosso intollerabile. Da un lato, lo Stato spende risorse per proteggere e stipendiare collaboratori che si smentiscono a vicenda e che inventano “oasi africane” nel Lazio.

Dall’altro, lo stesso Stato, tramite amministratori giudiziari zelanti solo quando si tratta di incassare, affama famiglie oneste, ignorando certificati oncologici e l’età avanzata dei residenti.

Se il Tribunale di Roma non fermerà questa deriva, se non si concederà il tempo alla difesa di esaminare quegli scatoloni sigillati e se si permetterà lo sfratto di anziani prima di una sentenza definitiva, la sconfitta non sarà solo della famiglia Iannotta, ma dell’intero ordinamento giuridico italiano. Non si può combattere il presunto crimine calpestando i diritti umani fondamentali. La giustizia senza umanità non è altro che vendetta burocratica.