Un salotto “senza sedie” paralizzato dalla paura di osare, nonostante proprio qui, ogni 3 settembre, si compia il “miracolo” della Macchina di Santa Rosa
VITERBO – C’era un tempo, non lontano più di dieci o quindici anni, in cui il battito cardiaco di Viterbo si misurava a passi. Erano i passi lenti e continui delle “vasche” su Corso Italia, un rito laico che mescolava la provincia, le vetrine illuminate e gli incontri casuali, non solo nel fine settimana, ma nel pieno dei pomeriggi feriali. Oggi, di quel “salotto buono”, non resta che l’ombra. Le vasche sono un ricordo sbiadito, sostituite da un passeggio raro, tenuto in vita artificialmente solo dalle festività natalizie o da qualche evento isolato. Troppo poco per un ecosistema commerciale strangolato da affitti pesanti e da una crisi economica generale che non perdona.
La geografia del Corso è profondamente mutata. C’è stata una lenta, silenziosa diaspora: locali storici che hanno chiuso i battenti per sempre, altri che hanno preferito “migrare” fuori dalle mura in cerca di maggiore movimento e facilità di parcheggio, e un manipolo di irriducibili che ha scelto di fare “testuggine”, spostandosi l’uno accanto all’altro nel tratto compreso tra Via della Sapienza e Piazza delle Erbe. Un gioco di squadra, una sorta di consorzio spontaneo per cercare di sopravvivere in una via che, da asse pulsante della vita cittadina, rischia di trasformarsi in un freddo corridoio di passaggio.
Eppure, proprio in questi giorni, la questione è tornata prepotentemente in auge: come si ravviva il Corso? Come si restituisce alla città la sua passeggiata per eccellenza? Tra i commercianti e i cittadini, una riflessione raccoglie quasi l’unanimità dei consensi: “Servono locali e tavolini”. Un corso senza spazi in cui sostare, consumare e socializzare non può propriamente definirsi tale. La recente chiusura dell’ultimo bar del tratto, storico anch’esso ma da sempre sprovvisto di dehors esterni, suona come un drammatico campanello d’allarme. La risposta istituzionale, tuttavia, si scontra da anni con una motivazione apparentemente insormontabile: il posizionamento dei tavolini sarebbe impedito da rigide questioni legate alla sicurezza e al passaggio dei mezzi di soccorso.

Un alibi burocratico che però si scontra violentemente con la realtà e con la storia stessa della città. Basta infatti consultare i capitolati tecnici dei bandi di concorso comunali per rendersi conto di un dato inconfutabile: la base della Macchina di Santa Rosa, la struttura metallica che ogni 3 settembre deve scivolare millimetricamente tra i palazzi medievali, misura esattamente 4,30 metri di larghezza per 6 metri di lunghezza. Un colosso da oltre 50 quintali che, arricchito dall’ingombro fisico delle file esterne dei Facchini e dalle ali di folla assiepate ai lati, transita regolarmente e in totale sicurezza lungo Corso Italia. Considerando che la larghezza della via in molti punti centrali sfiora o supera gli 8 metri, la matematica smentisce la burocrazia: garantendo la fascia centrale necessaria al transito dei mezzi di emergenza o al carico e scarico merci, lo spazio per disporre ordinatamente una fila di tavolini esiste eccome.
Questo paradosso geometrico ci porta direttamente al vero nervo scoperto, la tematica che da sempre spacca in due l’opinione pubblica viterbese: la chiusura totale al traffico. Il dibattito in città è storicamente polarizzato, diviso quasi perfettamente a metà tra un 50% di strenui difensori del “tana libera tutti” per le auto in centro (considerate l’unica linfa per i negozi) e un altro 50% che sogna una città interamente pedonale e priva di motori.
Come spesso accade, la soluzione più realistica risiede nel mezzo, superando le tifoserie ideologiche attraverso una pianificazione oculata. Viterbo conta circa 66mila abitanti complessivi, ma la popolazione è fortemente dispersa in frazioni popolate e geograficamente distantissime, come Grotte Santo Stefano. Al contempo, il capoluogo vanta uno dei centri storici medievali più vasti d’Europa. Pensare a una chiusura totale e indifferenziata è utopia, ma lasciarlo ostaggio delle auto è miopia.
I cittadini stessi continuano a proporre soluzioni di puro buon senso che meritano di essere ascoltate: dividere idealmente la larga carreggiata del Corso dedicando un lato al passaggio dei veicoli autorizzati e l’altro interamente al passeggio e ai dehors, oppure procedere a una chiusura intelligente “a settori”, sfruttando il fatto che le grandi parallele trasversali, come Via Marconi e Via Mazzini, sarebbero già ampiamente in grado di garantire il flusso e lo sfogo del traffico automobilistico necessario.
Molte città d’Italia hanno rigenerato il proprio tessuto commerciale dando nuove possibilità agli operatori e incentivando le aperture attraverso spazi esterni controllati, uniformati e protetti da un regolamento puntuale. A Viterbo è da pochissimo entrato in vigore il nuovo regolamento dehors, atteso per anni: sarà finalmente lo strumento della svolta o l’ennesima occasione mancata?

