Viterbo – Da San Martino il monito del Vescovo Piazza: «Le mura storiche non diventino prigioni»

WhatsApp Image 2026 06 13 at 08.20.49 1

A San Martino al Cimino una vibrante “lectio” di Monsignor Orazio Francesco Piazza sul futuro dell’abitare. Un appello alla politica e ai cittadini: «Basta con l’Homo economicus che distrugge il territorio, torniamo a costruire la comunità»

VITERBO – Ci sono discorsi destinati a lasciare il segno, capaci di superare i confini del cerimoniale per trasformarsi in veri e propri manifesti politici, nel senso più alto e nobile del termine. L’intervento che il Vescovo di Viterbo, Monsignor Orazio Francesco Piazza, ha tenuto ieri al convegno “Città Ideali” a San Martino al Cimino, rientra esattamente in questa categoria.

Non una semplice riflessione pastorale, ma una lucida, complessa e a tratti severa analisi urbanistica e sociologica del nostro presente, intrisa di un profondo amore per il territorio viterbese. Un territorio che il Vescovo dimostra di voler proteggere dalle speculazioni e da quello che lui stesso definisce il “disagio metropolitano”.

L’allarme: città per l’uomo, non per gli interessi

Il cuore del messaggio di Monsignor Piazza, intitolato “Utopia/Eutopia”, ruota attorno a una domanda ineludibile per chiunque amministri la cosa pubblica: quale uomo rende ideale la città? Il Vescovo non ha usato mezzi termini per descrivere i guasti di una società piegata alla logica del profitto a tutti i costi. «Abbiamo lasciato che l’Homo economicus plasmasse la società, assorbendo la logica dell’interesse personale e dell’efficienza come naturale regola di comportamento», ha denunciato dalla platea del Balletti Park Hotel.

Un approccio che, secondo Piazza, ha prodotto macerie relazionali e una diffusa “povertà esistenziale”. E con una sferzata amara ha aggiunto: «La follia è che chi produce i guasti sociali, come la finanziarizzazione estrema, poi crea fondazioni etiche per ripararli».

Le pietre storiche e la “terra madre”

Ma è calando questi concetti nella gestione del territorio che l’intervento del Vescovo ha toccato le corde più sensibili della cronaca locale. Piazza ha affrontato il delicato equilibrio tra la tutela del patrimonio storico e i bisogni umani contemporanei. «Oggi ci troviamo di fronte a un dilemma: da un lato abbiamo il timore di modificare le pietre storiche, dall’altro cerchiamo una vivibilità che talvolta quelle stesse pietre non ci consentono», ha spiegato, invitando a un’intelligenza urbanistica capace di guardare avanti.

Il monito è stato chiaro: le città storiche, con le loro mura antiche, «non devono diventare prigioni autoreferenziali». Bisogna integrare la storia e l’esistente senza snaturarlo, perché se si perde il rapporto con la “terra madre”, distruggendo un paesaggio per logiche speculative, «quel luogo non sarà mai più ‘felix’». Parole che suonano come uno scudo alzato a difesa del delicato equilibrio della Tuscia.

Il recupero del “Tra” e della fiducia

Come se ne esce? Il Vescovo ha indicato la via del passaggio dall’Homo economicus all’Homo vitalis, vocato alla cooperazione. Citando Hannah Arendt, ha invitato a recuperare il valore del “Tra”, quello spazio intermedio fatto di dialogo e relazione che si crea solo quando i cittadini (e gli amministratori) tornano a fidarsi gli uni degli altri, abbandonando la polemica fine a se stessa e la concorrenzialità sospettosa.

«Tutti vedono le macerie della società attuale – ha concluso Monsignor Piazza con uno slancio di ottimismo concreto – ma qual è il momento migliore per costruire una casa nuova, se non quando la precedente è caduta? La vera speranza non è fatta solo dalle pietre degli edifici, ma dalle pietre vive che siamo noi». Un messaggio potente, consegnato alla città di Viterbo, che ora ha il dovere di raccoglierlo.

Che ne dici di questa impostazione viscerale e diretta? Se l’angolazione ti convince, vuoi che inseriamo nel pezzo un riferimento esplicito a qualche recente e specifico dibattito urbanistico viterbese per “calare” ancora di più le sue parole nella nostra cronaca locale?