PAVANA (BO) – Oggi, 6 agosto 2026, l’Italia si risveglia orfana di una delle sue voci più libere e profonde: Francesco Guccini si è spento all’età di 86 anni. Il grande cantautore e intellettuale ha chiuso gli occhi nella sua amata Pavana, sull’Appennino pistoiese, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei suoi familiari. Dopo un improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute, già fragili da tempo, il “Maestrone” ci ha lasciati in punta di piedi. Nel rispetto del suo stile schivo e autentico, la famiglia ha annunciato che le esequie si terranno in forma strettamente privata, mentre per tutti coloro che lo hanno amato e ascoltato ci sarà un momento di commemorazione pubblica nel mese di settembre.
La sua scomparsa non è solo la perdita di un musicista, ma l’addio a un vero e proprio artigiano della parola, un narratore che ha saputo incidere la storia e le contraddizioni del nostro Paese come se usasse il tratto meticoloso e chiaroscurale di un’illustrazione di Gustave Doré, scavando in profondità nei dettagli dell’animo umano. Guccini ha raccontato l’epica degli ultimi e la ribellione contro le ingiustizie in capolavori immortali come “La Locomotiva”, inno alla dignità e alla fierezza popolare, e ha affrontato l’abisso della memoria e dell’insensatezza umana in brani struggenti come “Auschwitz”. Le sue canzoni sono sempre state dei veri e propri romanzi brevi, fitte pagine di una letteratura cantata – oggi più rara che mai – in cui intere generazioni di italiani hanno trovato rifugio, identità e consolazione.
Tra le sue innumerevoli vette artistiche, un posto d’onore spetta senza dubbio a “Cyrano”, manifesto di fiera indipendenza e di tagliente disprezzo per il conformismo e le ipocrisie del potere. In questo brano, Guccini veste i panni dello storico spadaccino per scagliare le sue parole contro i compromessi della società, celando dietro l’arroganza del gesto la tenera e dolorosa fragilità di un amore non corrisposto. Come canta lui stesso con la sua inconfondibile voce graffiante:
“Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.”
E proprio come il fiero Cyrano, o come quel Don Chisciotte accompagnato dal saggio Sancho Panza, Guccini se n’è andato lasciandoci un’eredità immensa, fatta di sogni ostinati e di lucida resistenza contro i mulini a vento dell’indifferenza. La sua voce ruvida, calda come il fumo di un’osteria e avvolgente come una coperta invernale, continuerà a risuonare.
L’Italia perde fisicamente il suo cantastorie, ma i suoi personaggi, i suoi eroi imperfetti (e per questo reali e decifrabili) e la sua profonda umanità continueranno a viaggiare nel tempo, immortali, lungo i binari di quella locomotiva che non smetterà mai di fischiare.

