Mentre Viterbo si spacca su tre parole dipinte sulla facciata di un liceo, a Bolsena oltre cento persone si sono calate dentro tremila anni di storia. Due modi opposti di stare davanti al passato — e, curiosamente, la stessa firma in calce a entrambe le storie
BOLSENA – C’è un’estate viterbese che si consuma sotto il sole, tra comunicati, sit-in e interrogazioni parlamentari, e ce n’è un’altra che si consuma sette metri sotto il pelo dell’acqua, in silenzio, con maschera e pinne.
Entrambe portano lo stesso timbro: quello della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale. Vale la pena metterle una accanto all’altra, perché raccontano molto di come questo territorio decide cosa tenere e cosa cancellare.

Il tuffo
Si è chiuso a fine luglio il ciclo di aperture straordinarie al sito sommerso del Gran Carro di Bolsena, con un’affluenza superiore alle aspettative nonostante lo spostamento di data reso necessario dal maltempo. Oltre cento persone hanno partecipato alle diverse modalità di visita — immersione, snorkeling, barca a fondo trasparente — alla presenza della soprintendente Margherita Eichberg.

Le condizioni del lago hanno regalato una visibilità eccellente, permettendo al pubblico di osservare direttamente gli scavi in corso. Un gruppo di studenti dell’ICR, insieme alla dott.ssa Francesca Angelo, ha illustrato il micro-scavo stratigrafico di alcuni vasi recuperati nei giorni precedenti: non solo il reperto, ma il gesto tecnico che viene dopo il recupero, mostrato a chi normalmente ne vede soltanto il risultato in vetrina. La Soprintendenza ha ringraziato il gruppo di ricerca che ha affiancato il personale del Servizio di Archeologia Subacquea e, in modo particolare, il Nucleo Carabinieri Subacquei di Roma, che ha garantito assistenza in acqua e sicurezza dei partecipanti.

Non era un’iniziativa improvvisata. L’imbarcazione a fondo trasparente era stata riposizionata sul sito già a inizio luglio, dopo un inverno all’ormeggio nel porto di Bolsena messo a disposizione dal sindaco Andrea Di Sorte, con il traino curato da Navigazione Alto Lazio, le manovre affidate a L’Anfora Archeologia Mare e Ambiente e i vetri rimessi a nuovo da CSR Restauro Beni Culturali. Le visite sono partite il 12 luglio; quella serale del 19, inserita nelle Giornate per la Valorizzazione del Ministero della Cultura, ha portato sul sito oltre ottanta persone; l’ultima apertura diurna è caduta il 26. Tutto gratuito, su prenotazione, ritrovo in località Sant’Antonio, Cassia al chilometro 107,200.

Cosa c’è là sotto
Vale la pena ricordare perché quel fondale conti tanto. Il villaggio del Gran Carro fu individuato nel 1959 da Alessandro Fioravanti, ingegnere minerario bolsenese, che dopo aver notato solchi di ruote nella roccia a pelo d’acqua si immerse e trovò il primo coccio: con quel gesto nasceva in Italia l’archeologia subacquea. Sotto ci sono i resti di un abitato su palafitte — oltre quattrocento pali conservati su circa ottocento metri quadrati indagati, a un centinaio di metri dalla riva — frequentato tra la media età del Bronzo e la prima età del Ferro, con accanto l’Aiola, il tumulo di pietrame costruito attorno a sorgenti termali che ancora oggi risalgono a trenta-quaranta gradi.

La campagna 2026, diretta da Barbara Barbaro per il Servizio di Archeologia Subacquea, ha restituito risultati che vanno ben oltre la routine: il primo frammento di tessuto in oltre sessant’anni di ricerche, una trama fitta e ancora leggibile dopo quasi tremila anni, conservata dall’assenza di ossigeno; una tavoletta forata in osso, mai trovata prima sul sito, usata per far passare l’ordito; e alcuni vasi attribuibili al Bronzo Finale che permettono di attestare una fase protovillanoviana nell’area dell’abitato.

La campagna ha coinvolto per il terzo anno consecutivo i subacquei non vedenti dell’Albatros Scuba Blind International School. I materiali andranno ad arricchire la mostra L’infinita varietà del tessere. Dall’epoca villanoviana a oggi, aperta fino al 10 settembre tra la Rocca dei Papi di Montefiascone e Palazzo Monaldeschi della Cervara a Bolsena.
Questo, in concreto, è un tuffo nel passato: gente comune che scende sott’acqua e vede archeologi al lavoro.

Il muro
Trenta chilometri più a sud, la stessa Soprintendenza è finita al centro di una tempesta (dentro un bicchier d’acqua invece che in un lago). Il 18 luglio un sito locale segnala che dai teli del cantiere del liceo classico e linguistico Mariano Buratti, in via Tommaso Carletti, spunta sul frontone la dicitura “Casa del Balilla”. L’edificio, inaugurato nel 1937, fu sede dell’Opera nazionale balilla e poi della Gioventù italiana del littorio; nel dopoguerra tornò a essere Regio Liceo Ginnasio Umberto I e dal 1964 porta il nome di Mariano Buratti, professore e ufficiale della Guardia di finanza che dopo l’8 settembre organizzò una formazione partigiana sui Cimini, fu catturato e fucilato a Forte Bravetta il 31 gennaio 1944, medaglia d’oro al valor militare.

Il cortocircuito simbolico ha fatto il resto. Rete degli studenti medi, ANPI, sindacati e partiti hanno chiesto la rimozione immediata; il 25 luglio un centinaio di persone hanno manifestato davanti alla scuola, con il regista Paolo Bianchini, nipote di Buratti, incatenato al cancello (per pochi minuti, il tempo di scattare qualche foto): quella scritta, ha detto, «è una dichiarazione di guerra». Sono arrivate le interrogazioni parlamentari della senatrice Cecilia D’Elia (Pd) e di Peppe De Cristofaro (Avs) ai ministri Giuli e Valditara.

Il vertice a Palazzo Gentili tra Provincia — committente dei lavori, finanziati con fondi PNRR per un progetto da poco più di 224mila euro — e Soprintendenza ha prodotto una linea: la scritta resta, sottoposta a una “ricalibratura cromatica”. Eichberg ha difeso l’operato, sostenendo che l’iscrizione non è stata ricreata ma rinvenuta durante i lavori, riaffiorata per la diversa porosità della materia, e ha invitato i critici — professori compresi — ad andarsi a studiare la storia dell’Opera nazionale balilla e di Renato Ricci, distinguendola dalla GIL, che dipendeva direttamente dal partito.
Il punto vero
Chi difende la conservazione ha un argomento solido, ed è lo stesso che si applica al Gran Carro: un edificio è un documento, e i documenti non si emendano. Il fascismo non si combatte scalpellandone le tracce; una scuola intitolata a un partigiano che porta in facciata la propria origine è, semmai, la lezione di storia più efficace che quel liceo possa offrire — a patto che qualcuno la spieghi, con un pannello, una targa, un’ora di lezione. In Italia migliaia di edifici pubblici convivono con iscrizioni del Ventennio senza che nessuno se ne scandalizzi.

Ma sarebbe disonesto ridurre la protesta a suscettibilità o a cancel culture, perché la questione dirimente non è “conservare o cancellare”: è cosa esattamente sia stato conservato. Le ricerche condotte sulle fotografie d’epoca indicano una facciata nuda nel 1937, poi “Opera Balilla”, poi la GIL, poi il nulla nel dopoguerra: se la dicitura oggi visibile è una traccia riportata alla luce, siamo di fronte a un restauro; se è una ridipintura in rosso pieno di un’ombra sbiadita, siamo di fronte a un’integrazione, e cioè a una scelta interpretativa che andava dichiarata prima, non spiegata dopo. Anche la “ricalibratura cromatica” concordata è, a rigore, un intervento non filologico: se la scritta va conservata perché è un dato storico, allora il suo colore lo è altrettanto.
Ed è qui che Bolsena torna utile, non come contrapposizione ma come metro di misura. Sul fondo del lago la Soprintendenza documenta ogni strato, micro-scava un vaso davanti al pubblico, spiega perché un frammento di tessuto sposta di secoli la lettura di un insediamento, e apre il cantiere a chiunque abbia una maschera. La domanda che Viterbo pone in questi giorni non è ideologica: è chiedere alla facciata del Buratti la stessa trasparenza che si applica sette metri sott’acqua.

