NESSUNO TOCCHI IL PAREO di Fabio Angeloni
SANTA SEVERA – C’è un limite a tutto, e quel limite, solitamente, coincide con la terza fila degli ombrelloni di Santa Marinella. Dazi doganali? Inflazione galoppante? Sulle spiagge del Tirreno si consuma il vero dramma epocale che agita i sonni degli economisti da spiaggia: i carretti di Mustafà.
Sì, proprio loro. Quei pericolosissimi ordigni tessili a trazione umana che osano stazionare a cinquanta centimetri dalle panchine del lungomare, impedendo ai nobili vegliardi di settant’anni di rimirare il crepuscolo in un silenzio degno di una certosa. Apriti cielo. Anzi, chiuditi mare.
Parte la missiva indignata, il grido di dolore civico, la richiesta formale all’Ufficio SUAP, l’invocazione di un diagramma di Gantt e del vigile urbano in assetto antisommossa.
Si scomodano le autorizzazioni di Tipo A, brandendo i codici del commercio itinerante, si invoca l’intervento immediato del delegato di turno, il “cecchino del telefonino” che risponde prontamente dal suo laghetto di montagna.
Ora, giù la stilografica al fiele sempre pronta in mano a chi guarda il mondo solo attraverso la lente di un esposto comunale! Perché Mustafà non è un pirata della Malesia sbarcato a ridosso del Castello Odescalchi per sabotare il PIL nazionale. Mustafà – e suo padre Mustafà pure lui – è un’istituzione antropologica, un monumento semovente della nostra sociologia estiva, tipo il cocco-fresco. Ma non solo, è anche l’ultimo baluardo di un commercio umano, troppo umano, che resiste all’algoritmo di Amazon, alle tentazioni cinesi di Temu e all’insostenibile convenienza di mondi inconvenienti.
Provate a togliere alle signore della terza età il brivido lussurioso della trattativa balneare! La sfilata improvvisata tra la sabbia rovente.
Quella tunichetta? “Giada… ti sta benissimo” vuol dire che Giada ha un sacco di patate addosso! “Ti giuro… la scorsa estate… quel paio di pantaloni di lustrini dorati… Mustafà: 6 euro e 90. Beh, ascoltami… in via Nazionale 79 euro. Non ci volevo credere. L’ho fotografato.
“Mustafà… me l’hai portato quel pareo viola…”.
Da urlo, stilosissimo e super trendy, ma se l’è preso Chantal… “Lo compro uguale così non se lo mette”.
Ma l’acme di quel sottile piacere è quello della trattativa: “Per te, venti euri”… “Ma all’ombrellone 3D glielo hai dato a dieci”. “Dieci? No, dieci… impossibile, dieci”. E Mustafà rilancia: “Se mprendi anche questo… trenta euri, trenta tutto”.
Si chiude a 25. Lei è felice come se… dal suo slip spunta agilmente il telefonino e sotto gli occhi di tutte si consuma la transazione con il POS marocchino di Mustafà (novità di quest’anno).
Dietro quel carretto traballante c’è un mondo che profuma di pane e cipolle, di tortuose rotte carovaniere che partono da laboratori artigianali nei vicoli del bazar di Istanbul, e arrivano sotto il nostro sole. Un’economia del contante e della sopravvivenza che, piaccia o meno ai puristi della burocrazia, tiene in piedi interi pezzetti di mondo senza chiedere sussidi allo Stato.
I falsi vengono smistati attraverso la Moldavia e il Marocco. Ci sono i falsi-falsi, i finti-veri e i veri finti, quest’ultimi irriconoscibili anche all’occhio più esperto, un capolavoro dell’economia informale: il consumatore finale indossa un capo qualitativamente perfetto, nato dalle mani di operai specializzati che lavorano per la grande marca, pagandolo una frazione del prezzo di listino.
Per il brand ufficiale è un danno economico e d’immagine incalcolabile, ma per l’economia povera dei territori di produzione e distribuzione (come i laboratori turchi e i mercati rionali) è la valvola di sfogo perfetta di un capitalismo sotterraneo che sa come aggirare le regole per far circolare ricchezza e sopravvivenza, facendo pagare le tasse ai ricchi davvero ricchi (la tassa speciale sui consumi sulle auto di lusso arriva infatti al 220%).
Quindi, cari solerti delegati, prima di sguinzagliare le falangi armate contro i carretti dei vestiti finti ma originalissimi, fate un respiro profondo. Sedetevi su quella famosa panchina. Guardate il tramonto. E magari, invece di misurare i metri di distanza tra le ruote di un ambulante e lo schienale del vostro panchetto, andate a controllare le finte “prime case” fantasma che evadono l’IMU per centinaia di migliaia di euro nell’entroterra.
Lui e il suo banchetto dei sogni lasciateli in pace. Perché se toccate Mustafà, l’esercito delle bagnanti inferocite sotto gli ombrelloni – armate di ciabatte, borse di paglia e una feroce solidarietà estiva – vi farà rimpiangere persino i consigli comunali più tempestosi. Libertà per le panchine, ma guai a chi tocca il pareo.

