Un tampone salivare una volta nella carriera per cercare il gene SRY: chi risulta positivo non può gareggiare nel circuito femminile. Rifiutarsi non è possibile. Jessica Pegula: “Nessuna lamentela, il circuito sta facendo un ottimo lavoro”. Ma non mancano le critiche, a partire da quelle dello scienziato che quel gene lo ha scoperto
È partita a Cincinnati una delle riforme più discusse degli ultimi anni nello sport professionistico. Jessica Pegula, numero 3 del mondo, ha confermato che i test genetici per la determinazione del sesso biologico sono cominciati proprio in Ohio, in concomitanza con l’avvio del tabellone principale del torneo.
Il meccanismo è semplice nella forma, dirompente nella sostanza: un esame da fare una sola volta in carriera — tampone della mucosa orale, saliva o prelievo di sangue — alla ricerca del gene SRY, il segmento di DNA situato sul cromosoma Y che innesca lo sviluppo dei caratteri maschili. Chi risulta positivo non può gareggiare nel circuito femminile. E soprattutto: non ci si può sottrarre, perché il rifiuto espone la giocatrice a provvedimenti disciplinari.
Cosa cambia rispetto a prima
Il salto rispetto al passato è netto. Il vecchio protocollo si basava sull’autocertificazione dell’identità di genere e sul monitoraggio periodico dei valori di testosterone: si guardava, insomma, a un parametro ormonale modificabile nel tempo. Ora si guarda direttamente al patrimonio genetico.
La nuova Women’s Eligibility Policy è entrata in vigore il 1° luglio 2026. Resta una possibilità di deroga: la tennista può mantenere l’idoneità se dimostra di essere affetta da sindrome da insensibilità completa agli androgeni o da un’altra differenza dello sviluppo sessuale che abbia impedito qualsiasi effetto della pubertà maschile, compresa la cosiddetta “mini-pubertà” dei primi mesi di vita.
Nelle proprie motivazioni la WTA scrive di voler preservare l’integrità del tennis femminile e mantenere condizioni di gara eque per tutte, precisando di non avere alcuna intenzione di mancare di rispetto o di mettere in discussione l’identità di genere o la dignità di alcuna persona.
Il tennis non è un caso isolato: lo stesso screening genetico obbligatorio è già in vigore nell’atletica, nello sci e nel pugilato, discipline che si sono allineate al quadro definito dal Comitato Olimpico Internazionale in vista dei Giochi del 2028.
La voce dello spogliatoio
Pegula, che siede anche nel Consiglio delle giocatrici WTA, ha spiegato che l’associazione ne ha discusso con le atlete nel corso dell’ultimo anno, raccogliendo feedback e distribuendo informazioni per preparare tutte alla procedura. “So che alcuni test sono iniziati questa settimana e finora ho sentito che sono stati molto facili, nessuna lamentela. Non si è trattato certo di qualcosa che ci è capitato all’improvviso qui a Cincinnati”, ha detto la 32enne americana, aggiungendo di non aver registrato reazioni negative: “Credo sia un argomento molto dibattuto in questo momento, ma penso che il circuito stia facendo un ottimo lavoro e che le giocatrici sembrino essere d’accordo con tutto”.
Una posizione condivisa da diverse colleghe — Belinda Bencic si è detta pienamente a favore della decisione — ma non da tutte allo stesso modo. Elena Rybakina, ad esempio, ha usato toni più tiepidi: non arriva a definire i test superflui, ma ritiene che anche senza si potrebbe andare avanti bene.
Le critiche: “Un criterio troppo semplicistico”
Sul fronte opposto, le obiezioni non riguardano solo il merito politico della scelta ma anche la sua solidità scientifica. Il test individua la presenza del gene SRY ma non fornisce alcuna indicazione su quanto quel gene incida effettivamente sulla prestazione atletica. Ed è possibile che una giocatrice biologicamente femmina risulti “positiva” per via di una differenza dello sviluppo sessuale.
A sollevare dubbi è anche chi quel gene lo ha individuato per primo: il genetista Andrew Sinclair, che scoprì l’SRY sul cromosoma Y nel 1990, ha definito fuorviante e troppo semplicistico usare quel marcatore per definire chi è donna nello sport.
A questo si aggiungono le critiche di esperti di diritti umani e gruppi di attivisti, che leggono l’obbligo dei test genetici come un’intrusione nella privacy e nell’autonomia fisica delle atlete. Va anche ricordato, come sottolineato da Reuters, che al momento non risultano atlete transgender in attività nel circuito principale.
Il torneo di Cincinnati diventa così il banco di prova di un sistema destinato a fare discutere a lungo, in un equilibrio tutt’altro che semplice fra equità competitiva, evidenza scientifica e tutela della persona.
(Fonti: Front Office Sports, Ubitennis, Sky Sports, AP, Reuters)

