Se n’è andato a 83 anni, il giorno di Ferragosto, uno dei più autorevoli corrispondenti di guerra del giornalismo italiano. Per oltre trent’anni firma del Mattino, ha raccontato da vicino l’Urss della perestrojka, la dissoluzione della Jugoslavia, i due conflitti in Iraq, l’Afghanistan e le primavere arabe
NAPOLI — Se ne è andato nel giorno in cui le redazioni sono più vuote, il Ferragosto, con quel tempismo beffardo che ai cronisti veri riesce anche da ultimo. Vittorio dell’Uva è morto a 83 anni, compiuti appena a luglio. Con lui scompare uno degli ultimi grandi inviati speciali di una stagione del giornalismo italiano che sembra oggi lontanissima: quella in cui per raccontare una guerra bisognava andarci, restarci e trovare il modo di far arrivare il pezzo.
Nato a Bolzano nel 1943 ma cresciuto a Bagnoli, napoletano fino al midollo, dell’Uva aveva mosso i primi passi a Napoli Notte e poi al Roma, in quella redazione diretta da Alberto Giovannini che ha formato una generazione intera di cronisti partenopei. Al Mattino era approdato nel 1977: prima gli Interni, poi il ruolo di vice caposervizio, infine — dal 1982 — la qualifica che gli sarebbe rimasta addosso per sempre, quella di inviato speciale. Al quotidiano di via Chiatamone sarebbe rimasto trentun anni, fino alla pensione nel 2008.
Ottanta Paesi, una vita sul campo
Il conteggio dei timbri sul passaporto supera gli ottanta Paesi. C’è dentro quasi tutto il disordine del mondo degli ultimi quarant’anni. Le lunghe permanenze in Unione Sovietica e nei Paesi satelliti negli anni della perestrojka, quando l’impero cominciava a sgretolarsi e nessuno sapeva ancora dire come sarebbe finita. Poi la ex Jugoslavia, seguita fase per fase, la guerra più vicina e per questo la più difficile da raccontare a un lettore italiano.
Durante la prima guerra del Golfo fu di base in Arabia Saudita, prima di entrare nel Kuwait liberato. Nel 2003, con l’offensiva anglo-americana in Iraq, finì arrestato a Bassora insieme ad altri sei colleghi italiani mentre seguivano sul terreno l’andamento del conflitto. E ancora l’Afghanistan, l’Africa, il Medio Oriente, fino alle primavere arabe che lo portarono in Tunisia, in Egitto e in Libia a raccontare l’ennesimo cambio di pelle di una regione. Aveva collaborato anche con Radio Montecarlo e con il settimanale spagnolo Tiempo, e aveva raccolto in volume la sua esperienza di corrispondente in Stanza 1304. La finestra sulla guerra.
Il mestiere gli è valso i riconoscimenti che contano tra gli inviati: il premio Max David, il Saint Vincent, il Premio Cutuli, il Premio Guglia, il Lamberti Sorrentino dedicato ai cronisti di guerra.
La moka nel bagaglio
Ma chi ha lavorato accanto a lui racconta soprattutto altro. Racconta di un uomo che nella valigia, accanto agli strumenti del mestiere, infilava sempre una moka e qualche confezione di caffè napoletano, da preparare la sera e condividere con i colleghi in qualche stanza d’albergo di un Paese in guerra. Un gesto minimo che diceva parecchio sul suo modo di stare al mondo: portarsi dietro un pezzo di casa e offrirlo agli altri.
Tra i primi a ricordarlo è stato Toni Capuozzo, compagno di tante trasferte, che sui social ne ha rievocato l’ironia inesauribile — memorabile la trovata di Zagabria, quando si sbarazzò dei militari a un posto di blocco pronunciando secco l’acronimo «SAS», che ai colleghi avrebbe poi spiegato non avere nulla a che fare con le forze speciali britanniche, ma stare per «salutame a sorete». «Ti si è voluto bene, mancherai ancora di più», ha scritto Capuozzo.
Un modo di intendere il mestiere
Con Vittorio dell’Uva non se ne va soltanto un grande inviato. Se ne va un’idea di giornalismo fatta di gerarchia dei tempi: partire, guardare, capire e soltanto alla fine raccontare. Un’idea che oggi, nell’epoca delle guerre seguite dagli schermi, suona quasi antica e proprio per questo andrebbe custodita con cura.
Ai colleghi del Mattino, che perdono una delle firme che ne hanno costruito la storia, e alla famiglia va il cordoglio della redazione.

