La pm Paola Conti attende gli esiti dell’autopsia e degli accertamenti tossicologici. Sotto esame le dichiarazioni del compagno, l’ultimo ad averla vista viva. Dalle testimonianze raccolte dalla polizia giudiziaria emergono maltrattamenti mai denunciati
VITERBO — A poco più di una settimana dal ritrovamento del corpo di Benedetta Marino nell’ex consorzio agrario di viale Francesco Baracca, l’inchiesta della procura resta formalmente contro ignoti.
Nessun nome, al momento, è stato iscritto nel modello 21, il registro delle notizie di reato a carico di persone note.
Una scelta che riflette la fase ancora interlocutoria dell’indagine più che l’assenza di piste: prima di qualsiasi passaggio, il magistrato titolare del fascicolo, la dottoressa Paola Conti, attende gli esiti dell’esame autoptico e degli accertamenti tossicologici, gli unici in grado di stabilire con certezza le cause e l’ora esatta del decesso della ventitreenne.
L’autopsia è stata eseguita all’Istituto di medicina legale del Verano, a Roma, e affidata insieme agli esami di laboratorio alla consulente incaricata dalla procura, che si è riservata i canonici sessanta giorni per il deposito della relazione. Il primo esame esterno non aveva evidenziato segni di violenza sul corpo, elemento che ha da subito indirizzato gli investigatori verso l’ipotesi di un malore fatale, forse legato all’assunzione di alcol e sostanze stupefacenti. Ma è proprio dalla risposta tecnica che dipende tutto il resto: senza sapere quando e perché Benedetta sia morta, non è possibile stabilire se qualcuno avrebbe potuto salvarla.
Le due versioni a confronto
Il fronte principale su cui si concentra il lavoro della pm riguarda le dichiarazioni del compagno della vittima, un uomo già ascoltato in procura e ritenuto l’ultimo ad aver visto viva la ragazza il giorno del suo ventitreesimo e ultimo compleanno.
Il magistrato sta mettendo a confronto le diverse versioni raccolte per stabilire quale sia la ricostruzione corretta delle ultime ore. Da un lato l’ipotesi che l’uomo si sia spaventato e abbia allertato i soccorsi soltanto dopo essersi allontanato dallo stabile fatiscente in cui i due si erano rifugiati; dall’altro la versione fornita dallo stesso uomo, secondo cui avrebbe lasciato Benedetta in quel luogo quando le sue condizioni erano ancora buone.
È una differenza tutt’altro che formale, perché da lì passa l’unico profilo di responsabilità penale che allo stato sembrerebbe reggere: l’omissione di soccorso. La domanda che gli inquirenti si pongono è netta: se qualcuno avesse composto il 118 o il 112 in tempo utile, la ragazza si sarebbe potuta salvare?
Anche a questo interrogativo potrà rispondere soltanto la medicina legale, chiarendo la finestra temporale entro cui un intervento sanitario avrebbe avuto qualche possibilità di successo. Fino ad allora, allo stato degli atti, non ci sono i presupposti per un’iscrizione nel registro degli indagati.
Le testimonianze: «Continui maltrattamenti», mai una denuncia
Sul tavolo della procura c’è però un altro elemento, che restituisce il contesto in cui la giovane madre viveva la relazione. Gli uomini della polizia giudiziaria hanno raccolto numerose testimonianze e diverse di queste avrebbero confermato l’esistenza di continui maltrattamenti da parte dell’uomo nei confronti della ragazza. Benedetta, però, non aveva mai voluto sporgere denuncia.
Un copione purtroppo ricorrente, che gli operatori dei centri antiviolenza conoscono bene e che quasi sempre emerge soltanto dopo, quando a parlare restano gli amici e chi aveva provato a mettere in guardia la vittima senza essere ascoltato. Quelle dichiarazioni, pur non traducendosi automaticamente in un’ipotesi di reato procedibile, entrano a pieno titolo nel quadro che la pm sta ricostruendo.
Quelle sette ore ancora da riempire
Restano da chiarire, infine, le ore che separano l’ultimo contatto con la ragazza dal ritrovamento del corpo, la mattina di sabato 8 agosto, all’ultimo piano dello stabile abbandonato, dopo l’allarme lanciato da un amico che non riusciva a mettersi in contatto con lei. Su quel vuoto lavorano la squadra mobile e la scientifica, tra il materiale repertato sul posto, i tabulati e le immagini della videosorveglianza.
Benedetta Marino aveva compiuto ventitré anni il 7 agosto. Lascia un bambino di quattro anni, i genitori e i fratelli. La città, che l’ha salutata nella basilica di Santa Maria della Quercia, aspetta ancora una risposta.


