Dal palco del Parco della Legnara il conduttore saluta il pubblico: «Potrebbe essere il mio ultimo spettacolo da conduttore di Report». Poi, con i cronisti che lo braccano, non si risparmia: solidarietà «clandestine», nemici interni, tentativi di cacciarlo che si ripetono da vent’anni ma gli errori sono tutti i suoi
Cerveteri – «Grazie di essere qui stasera. Potrebbe essere il mio ultimo spettacolo da conduttore di Report».
Sigfrido Ranucci apre così, ieri sera a Cerveteri, la tappa di Diario di un trapezista, lo spettacolo teatrale in cui mette in scena la propria autobiografia professionale. Il pubblico del Parco della Legnara risponde con applausi lunghi e cori di incoraggiamento. Lui incassa e, a margine, davanti ai giornalisti che aspettano la dichiarazione forte, non si fa pregare.
La sua conduzione ha le ore contate. La relazione del Comitato etico della Rai è già sul tavolo dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, il parere è consultivo ma la direzione è segnata, e da viale Mazzini filtra da giorni che il conduttore non resterà alla guida del programma per una «questione di opportunità». Manca l’ufficialità, e il toto-nomi sul successore è già partito.
«Io sono nato in Rai»
«Io sono nato in Rai e il mio sogno sarebbe stato quello di finire in Rai, continuando a condurre e soprattutto continuando a far crescere una squadra che ha già delle qualità importanti: non vedo perché bisognerebbe ricorrere a delle figure esterne», spiega parlando del futuro del programma. «Condurre Report significa avere memoria, avere capacità di individuare argomenti che reggono dopo tre o quattro mesi».
Poi il registro cambia. «Non è la prima volta che tentano di mandarmi via», aggiunge polemicamente. «Hanno chiesto il mio licenziamento nel 2000, quando ritrovai l’intervista di Borsellino. Hanno tentato di farlo con l’inchiesta su Fallujah nel 2005, poi con la storia dell’Autogrill. E adesso ci riprovano».
E ancora, sul fronte politico: «Se mi dispiace di non aver ricevuto piena solidarietà dal Pd alla notizia di un possibile mio allontanamento? Ho ricevuto tantissima solidarietà anche da gente di cui non avete idea. Poi la solidarietà io la ricevo dalla gente: dovunque vado, ho tantissime manifestazioni di solidarietà». Sul clima dentro l’azienda, la stoccata: «Ho tanti amici clandestini che mi scrivono, hanno paura».
Il copione del martire
La strategia è nota da tempo: il martire dell’informazione libera, vittima della cattiva politica. Peccato che questa volta, amici del Movimento 5 Stelle a parte, nessuno si stia battendo a spada tratta per difenderlo.
Perché la posizione è compromessa, e non da una congiura. Sul tavolo dell’azienda c’è il rapporto con Valter Lavitola, faccendiere chiacchierato e amico personale del conduttore, oggi in carcere con l’accusa di essere il mandante della bomba esplosa nell’ottobre 2025 davanti alla casa di Ranucci a Pomezia. Ci sono i sondaggi che, secondo l’ordinanza, lo stesso Lavitola aveva commissionato per misurare il consenso del giornalista come possibile candidato di un’area politica: un progetto a cui Ranucci non aderì mai formalmente, pur essendone al corrente. Ci sono le ricostruzioni della stampa sui rapporti con fonti, colleghe e aspiranti stagiste, e le chat con giudizi sprezzanti sui vertici aziendali. Va detto per intero: per il gip Ranucci è parte lesa, non è indagato, e l’ordinanza lo descrive come vittima della manipolazione dell’amico. Il problema che la Rai si trova davanti non è penale, è di credibilità. Ed è un problema che il conduttore si è costruito da solo, un pezzo alla volta.
Resta quella parola, «paura», affidata agli amici clandestini che gli scrivono di nascosto. Peccato che in Italia non ci siano regimi. E che lui, per decenni, abbia fatto e disfatto senza averne mai avuta.



