La chiusura del punto vendita di uno dei brand più conosciuti dell’abbigliamento riaccende il dibattito sul futuro del cuore della città. I commercianti: «I grandi marchi decidono sui numeri». E intanto, su Corso Italia, potrebbe arrivare una nuova attività nel settore della ristorazione
VITERBO – La serranda che si abbassa non è soltanto quella di un negozio. Nel caso di Tezenis, marchio conosciuto e presente in molti dei centri storici delle principali città italiane, la chiusura del punto vendita nel cuore di Viterbo rappresenta anche un’occasione per fermarsi a osservare ciò che sta accadendo, da tempo, alle vie dello shopping cittadino.
Perché se da una parte il centro storico continua a registrare aperture, iniziative e tentativi di intercettare i flussi legati soprattutto ai grandi appuntamenti della città, dall’altra alcune chiusure raccontano una trasformazione che non può essere ignorata.
E Tezenis, secondo diversi commercianti che abbiamo interpellato, è proprio uno di quei casi che dovrebbero far riflettere.
«I grandi marchi decidono solo in base ai numeri». È una delle considerazioni che ricorrono tra gli operatori del settore. Ed è forse questo l’aspetto più significativo della vicenda: quando un brand strutturato decide di lasciare una posizione, difficilmente lo fa per ragioni legate soltanto alle dinamiche contingenti. Dietro ci sono flussi, fatturati, prospettive e valutazioni sul futuro.
La chiusura di Tezenis arriva peraltro dopo quelle di altri marchi importanti che negli anni hanno progressivamente lasciato il centro cittadino, modificando la composizione dell’offerta commerciale.
Il tema, dunque, non è soltanto «perché chiude un negozio», ma quale sia oggi il rapporto tra il centro storico e la città che vive fuori dalle mura.
È evidente, allo stesso tempo, che sarebbe ingeneroso non riconoscere lo sforzo di chi continua a investire. Ci sono commercianti che aprono, rinnovano le proprie attività e provano a scommettere sul futuro, magari contando anche sulla maggiore presenza di persone durante il periodo di Santa Rosa e, più avanti, durante le festività natalizie.
Ma gli eventi, per quanto importanti, non possono rappresentare da soli una strategia commerciale.
«Non basta riempire il centro nei giorni degli eventi: bisogna farci tornare le persone ogni giorno, a vivere». È il concetto che emerge con forza parlando con chi lavora quotidianamente nelle vie del centro.
Ed è qui che la discussione inevitabilmente chiama in causa l’amministrazione comunale.
Il problema non riguarda soltanto i negozi. Un centro storico vivo ha bisogno innanzitutto di residenti. Sono loro a garantire quella presenza quotidiana che permette ai negozi di prossimità, alle attività tradizionali e alle botteghe storiche di avere una clientela che non dipenda esclusivamente dal turismo o dagli appuntamenti del calendario.
«Il centro storico deve tornare ad essere un luogo dove le persone vivono, non soltanto dove le persone vengono».
È probabilmente questa la sfida più complessa per Viterbo nei prossimi anni: riportare abitanti dentro le mura e costruire intorno a loro servizi, sicurezza, illuminazione, pulizia, mobilità e soprattutto una politica della sosta capace di rendere il centro accessibile senza snaturarlo.
Perché un negozio può anche essere bello, storico o caratteristico, ma se intorno non esiste una comunità residente sufficientemente ampia, diventa sempre più difficile garantire continuità economica alle attività che non possono competere con i grandi centri commerciali o con le piattaforme online.
Il ragionamento vale anche per i grandi marchi. Riportare brand importanti nel centro storico non dovrebbe essere considerato soltanto un obiettivo commerciale. Significa anche riportare lavoratori, occupazione e persone che ogni giorno attraversano quelle strade, consumano nei bar, utilizzano i servizi e contribuiscono a mantenere vivo il tessuto urbano.
«Le aperture sono un segnale positivo, ma il vero obiettivo deve essere costruire un centro che funzioni dodici mesi l’anno».
È un progetto necessariamente di medio-lungo periodo, perché ripopolare un centro storico non è un’operazione che può essere affidata a un singolo evento o a una stagione turistica.
E in questo senso Viterbo potrebbe guardare anche a ciò che è accaduto in altri centri storici italiani di grande pregio. Alcuni borghi che per anni hanno sofferto lo spopolamento hanno trovato nuove possibilità proprio grazie a investimenti immobiliari e all’arrivo di nuovi residenti, anche stranieri, interessati ad acquistare abitazioni e a vivere, almeno per parte dell’anno, all’interno dei centri storici.
Non è un modello automaticamente replicabile, ma può essere uno spunto. Roma e le grandi città, così come alcuni territori toscani, hanno dimostrato che la qualità urbana può trasformarsi in un valore economico se accompagnata da servizi e da una visione precisa.
A Viterbo, intanto, qualcosa continua a muoversi, ed è il segnale evidente che la città, l’economia e l’interesse dei singoli è cambiato.
Nelle ultime settimane stanno circolando indiscrezioni relative alla possibile apertura di una nuova attività legata alla ristorazione proprio lungo Corso Italia, nella zona adiacente a piazza Verdi. Si tratta, al momento, di una possibilità che non può essere considerata ufficiale e sulla quale non ci sono ancora certezze definitive.
Ma l’eventuale arrivo di una nuova struttura in quel tratto del centro sarebbe comunque un segnale interessante, soprattutto perché la zona è recentemente rimasta orfana di un altro importante marchio dell’abbigliamento di fascia alta.
Non si tratta, naturalmente, di Schenardi, la cui riapertura continua a essere attesa e che negli anni è diventata quasi un simbolo delle tante promesse di rinascita del centro storico rimaste sospese.
La questione, però, resta molto più ampia di una singola serranda.
Viterbo deve decidere che centro storico vuole avere tra cinque, dieci o quindici anni. Un centro fatto soprattutto di locali e turismo mordi e fuggi? Oppure un luogo nel quale tornare ad abitare, lavorare, fare acquisti e vivere quotidianamente?
La chiusura di Tezenis non dà necessariamente una risposta. Ma pone una domanda che sarebbe difficile ignorare: se i grandi marchi continuano a guardare ai numeri e quei numeri non convincono più, cosa deve fare una città per tornare ad essere attrattiva?
La risposta non può essere soltanto una nuova apertura. Serve una strategia per fare in modo che, dietro quella serranda, domani ci sia qualcuno che abbia davvero interesse a restare.

