Claudio Lotito
Nel decreto di perquisizione anche il banchiere Francesco Maiolini. I pm ipotizzano un disegno unitario: notizie false sulla cessione della società e sui conti del club per incidere sul titolo in Borsa e spingere il presidente della Lazio a vendere. Nel mirino degli investigatori telefonate, chat, email e dispositivi elettronici dal giugno 2024
ROMA — Dalle minacce a Claudio Lotito a un’ipotesi investigativa molto più ampia, che porta dentro la stessa inchiesta il mondo della comunicazione, quello finanziario e la protesta dei tifosi della Lazio. È questo il quadro che emerge dal decreto di perquisizione e sequestro della Procura di Roma che riguarda Mauro Masi, Luigi Bisignani e Francesco Maiolini.
Il provvedimento ipotizza che i tre abbiano agito «in concorso tra loro e con terzi» nella diffusione di notizie false attraverso i social network e, nel caso di Bisignani, attraverso il quotidiano Il Tempo. Al centro della contestazione ci sono informazioni ritenute dagli inquirenti non veritiere sulla situazione della Lazio, sulla possibile cessione della società e sulle condizioni economiche del club. L’ipotesi è che tali notizie potessero provocare una riduzione del prezzo delle azioni della società, quotata in Borsa, e contemporaneamente aumentare la pressione su Lotito affinché cedesse il pacchetto di controllo.
È un passaggio decisivo nell’inchiesta perché, nelle carte della Procura, la vicenda non viene più letta soltanto come una campagna di contestazione nei confronti del presidente della Lazio. Gli investigatori parlano espressamente di «un disegno più ampio e unitario», nel quale la diffusione di quelle che vengono definite pseudonotizie avrebbe potuto perseguire due obiettivi: deprimere il valore del titolo Lazio e indurre o costringere l’azionista di maggioranza a vendere.
Dalle denunce di Lotito alle perquisizioni
L’indagine nasce dalle numerose denunce e querele presentate da Lotito a partire dal giugno 2025. Nel decreto vengono elencati episodi diversi: striscioni comparsi davanti alla Camera dei deputati e in piazza San Lorenzo in Lucina, una campagna sui social, telefonate minatorie, email e pubblicazioni che, secondo la ricostruzione dell’accusa, puntavano a danneggiare l’immagine del presidente e a costringerlo a lasciare la società.
Tra gli episodi indicati dalla Procura c’è una telefonata ricevuta da Lotito il 17 luglio 2025. Un uomo con accento romano, secondo quanto riportato nel provvedimento, lo avrebbe minacciato di morte se non avesse lasciato la Lazio. Nei mesi successivi sarebbero continuate le telefonate e le comunicazioni dal contenuto minaccioso e offensivo.
Il decreto ricostruisce anche la comparsa di striscioni, l’utilizzo di profili social e la pubblicazione di contenuti che accusavano Lotito, tra l’altro, di voler far retrocedere deliberatamente la Lazio per incassare il cosiddetto «paracadute» previsto per le squadre retrocesse.
Una delle notizie considerate dagli investigatori particolarmente significativa riguarda invece una presunta trattativa per la cessione della società. In altri casi si sarebbe parlato di un fondo qatariota pronto ad acquisire la maggioranza del club.
L’ipotesi dell’aggiotaggio
È proprio qui che l’indagine cambia passo.
Nel decreto la Procura richiama l’articolo 185 del Testo unico della finanza e ipotizza la diffusione di notizie false concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo delle azioni della Lazio.
La tesi investigativa è che la campagna contro Lotito non fosse composta da episodi isolati. Le pubblicazioni, i messaggi sui social e le iniziative di protesta vengono ricondotti dagli inquirenti a una possibile strategia comune.
Un elemento importante, scrivono i magistrati, sarebbe emerso dalle precedenti perquisizioni e dall’estrazione dei dati dai dispositivi sequestrati ad altri indagati. Da quelle analisi sarebbe risultato che l’attività di denigrazione e di diffusione attraverso i social sarebbe stata, «in tutto o in parte», finanziata da Francesco Maiolini, amministratore delegato della Banca del Fucino.
Si tratta, va sottolineato, di una ipotesi investigativa, sulla quale dovranno essere effettuati ulteriori accertamenti.
Il ruolo di Millenovecento e quello de Il Tempo
Nel ragionamento della Procura assume un ruolo la testata online Millenovecento, indicata nel decreto come uno dei canali attraverso i quali sarebbero state diffuse le notizie contestate.
Poi, secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento, il medesimo filone sarebbe approdato sulle pagine de Il Tempo.
Il 31 maggio 2026 il quotidiano pubblica un articolo dal titolo «Stadio senza tifosi, Lotito come Nerone? Se il mondo Lazio brucia». Nel pezzo viene affrontata la situazione del club e vengono indicati alcuni esponenti del mondo economico che, secondo l’articolo, avrebbero potuto aiutare a individuare una soluzione per il futuro della società.
Tra questi vengono citati proprio Mauro Masi e Francesco Maiolini della Banca del Fucino. L’articolo suggerisce inoltre il coinvolgimento di altri esponenti del mondo finanziario e di un possibile fondo internazionale.
Il decreto collega poi la pubblicazione del 31 maggio ad altri articoli firmati da Bisignani su Il Tempo, pubblicati il 12 giugno e il 2 luglio 2026, oltre all’iniziativa editoriale «Laziale alza la voce».
Le telefonate tra Bisignani, Maiolini e Masi
È uno dei passaggi più delicati delle carte.
Nell’informativa dei Carabinieri depositata il 21 luglio 2026, richiamata nel decreto, gli investigatori riferiscono di avere accertato la partecipazione — ritenuta di per sé legittima — di Bisignani, Maiolini e Masi alle manifestazioni pubbliche di protesta dei tifosi contro Lotito.
Ma emergono anche, secondo gli investigatori, contatti telefonici tra i tre.
Il decreto parla di contatti occasionali tra Maiolini e Bisignani nell’arco degli ultimi due anni e di ulteriori contatti tra Masi e Bisignani. Soprattutto, vengono segnalati «insistiti tentativi di chiamata» tra Bisignani e Maiolini in corrispondenza della preparazione e della pubblicazione degli articoli firmati da Bisignani su Il Tempo.
La Procura richiama in particolare le comunicazioni del 31 maggio, 1° giugno e 2 giugno 2026, cioè a ridosso dell’articolo pubblicato il 31 maggio.
Gli investigatori mettono inoltre in relazione l’articolo del 12 giugno con due precedenti pubblicazioni apparse su Millenovecento il 9 e il 10 giugno, intitolate «Gli ultimi giorni dell’era Lotito!» e «Habemus Papam! Anzi, due…». Secondo il decreto, anche quelle pubblicazioni avrebbero rilanciato la notizia ritenuta falsa di una cessione imminente della Lazio.
La storia dei 450 milioni e il nome di JP Morgan
Tra le informazioni considerate dagli inquirenti false c’è anche quella relativa a una presunta offerta da 450 milioni di euro di JP Morgan per acquistare la Lazio.
Il riferimento compare nell’articolo del 31 maggio 2026. Il decreto sostiene che il pezzo avrebbe rilanciato «la falsa notizia relativa all’esistenza di una fantomatica offerta» della banca d’affari per l’acquisizione della società.
Sul punto, tuttavia, esiste una versione diversa pubblicamente sostenuta da Bisignani: in precedenti dichiarazioni aveva parlato di una vecchia offerta da 450 milioni e non di una trattativa in corso.
Anche questo elemento dovrà dunque essere distinto tra ciò che sostiene l’accusa e ciò che viene affermato dai protagonisti.
La protesta dei tifosi
Nel frattempo, la contestazione a Lotito ha assunto dimensioni pubbliche rilevanti.
Bisignani e Masi hanno partecipato a manifestazioni e iniziative del mondo laziale. Il 2 luglio, durante una manifestazione dei tifosi, entrambi sono saliti sul palco. Masi, presidente della Banca del Fucino, ha parlato del peso economico del pubblico per una società di calcio, sostenendo che i tifosi rappresentano il vero patrimonio della Lazio.
Lo stesso Bisignani ha successivamente difeso pubblicamente la natura della protesta, respingendo l’idea di una «congiura» e sostenendo che le adesioni alla contestazione fossero espressione di una protesta spontanea del popolo laziale.
La Procura, invece, vuole verificare se dietro alcune delle iniziative vi sia stata una regia diversa e più strutturata.
Cosa cercano i Carabinieri
Il decreto autorizza perquisizioni locali, domiciliari e informatiche nelle abitazioni degli indagati, nei luoghi di lavoro e nelle eventuali sedi o disponibilità riconducibili ai soggetti coinvolti.
Nel mirino non ci sono soltanto documenti cartacei.
I Carabinieri possono acquisire computer, smartphone, tablet, pen drive e altri supporti digitali, oltre a documenti contenenti dati ritenuti pertinenti all’inchiesta. Il decreto prevede anche l’acquisizione forense dei dispositivi e, quando necessario, l’analisi degli spazi cloud collegati alle apparecchiature sequestrate.
Particolare rilievo viene dato alle comunicazioni elettroniche. La Procura dispone la ricerca delle conversazioni, dei messaggi e delle email ritenuti pertinenti all’indagine, includendo anche comunicazioni effettuate attraverso applicazioni di messaggistica e chat criptate.
Il criterio temporale è particolarmente ampio: gli investigatori potranno esaminare i contenuti prodotti dal giugno 2024 fino alla data del decreto, periodo che i magistrati collegano all’inizio dei rapporti tra Maiolini e Bisignani.
L’analisi potrà riguardare anche fotografie, video e altri materiali presenti nei dispositivi, quando possano contribuire a ricostruire rapporti, luoghi frequentati e collegamenti tra gli indagati.
Alla ricerca della «regia»
È forse questo il passaggio più importante dell’intero provvedimento.
La Procura scrive che l’acquisizione del materiale è necessaria per verificare le emergenze investigative già raccolte e per individuare tutti i partecipanti e gli autori delle condotte, ma anche per accertare «l’esistenza di una regia unitaria» e, in ultima analisi, individuare eventuali mandanti.
È dunque la ricerca di una possibile cabina di regia a spiegare l’ampiezza delle perquisizioni e soprattutto la scelta di scavare nei dispositivi elettronici degli indagati.
Non soltanto chi abbia materialmente pubblicato un post o scritto un articolo, dunque, ma chi abbia eventualmente finanziato, coordinato o orientato la campagna.
Un’inchiesta ancora tutta da verificare
Il decreto fotografa lo stato dell’indagine e contiene valutazioni e ipotesi della Procura. Non costituisce una sentenza e non equivale a una dichiarazione di responsabilità.
Masi, Bisignani e Maiolini sono indagati e saranno gli ulteriori accertamenti, a partire dall’analisi dei dispositivi sequestrati, a stabilire se le ipotesi formulate dagli investigatori troveranno conferma.
La partita, dunque, è appena entrata in una fase nuova: dalle denunce di Lotito e dalle minacce si è arrivati alla ricerca di una possibile strategia coordinata capace, secondo l’ipotesi accusatoria, di unire pressione personale, campagna mediatica, protesta dei tifosi e mercato azionario.
E adesso sono telefoni, computer, chat, email e documenti a poter raccontare — se gli inquirenti troveranno i riscontri che cercano — quanto ci fosse di spontaneo e quanto, invece, di organizzato dietro la lunga campagna contro il presidente della Lazio.

