Il Tar Lazio dichiara illegittima l’Autorizzazione integrata ambientale con cui nel 2019 la Regione aveva consentito all’impianto di via della Solforata di trattare l’indifferenziato senza stabilizzazione biologica. Una bocciatura annunciata: l’Arpa lo scriveva già nel 2018. E ora si apre la partita dei risarcimenti
Un impianto di solo trattamento meccanico non poteva lavorare l’indifferenziato dei Comuni come se fosse un impianto completo. A dirlo, a sette anni dal ricorso, è il Tar del Lazio.
Con la sentenza n. 15910 pubblicata oggi, la Quinta sezione ha accolto il ricorso della Rida Ambiente di Aprilia e dichiarato illegittima l’Aia rilasciata nel febbraio 2019 alla Ecosystem spa per l’impianto di Pomezia, in via della Solforata.
Il motivo è tecnico ma decisivo. Secondo i giudici, sia le linee guida europee recepite in Italia nel 2007 sia le nuove regole Ue del 2018 sulle migliori tecniche disponibili impongono, per il rifiuto urbano indifferenziato, una fase di trattamento biologico e di stabilizzazione dell’organico. Serve a ridurre la putrescibilità dei rifiuti, la produzione di gas serra e di percolato. L’impianto Ecosystem, invece, era un «trattamento meccanico» (TM) e non un «trattamento meccanico biologico» (TMB).
Una sentenza annunciata
Che l’autorizzazione avesse un problema lo sapevano tutti, a cominciare dalla Regione. Le criticità erano state messe nero su bianco dall’Arpa Lazio già durante il procedimento, come risulta dalla stessa determinazione conclusiva del 21 dicembre 2018. E l’agenzia regionale per l’ambiente le ha ribadite in un parere del gennaio 2022, citato dai giudici: le linee per produrre combustibile solido secondario dall’indifferenziato «non sono dotate di linee di stabilizzazione della frazione organica», e l’impianto «non risulta conforme alle BAT di settore».
Nonostante questo, il 21 febbraio 2019 la Direzione regionale Politiche ambientali e ciclo dei rifiuti firmò l’Aia. Alla guida della Regione c’era la giunta di centrosinistra di Nicola Zingaretti.
Non è servita la difesa di Ecosystem, secondo cui l’umido in ingresso sarebbe stato inferiore al 15 per cento. Per il Tar quel limite non compare nell’autorizzazione, le prove sono parziali e, soprattutto, la soglia vale per le discariche e non per gli impianti di trattamento intermedio come quello di Pomezia.
Il lungo giro della causa
Il ricorso era stato presentato nel maggio 2019. Nel 2023 lo stesso Tar lo aveva dichiarato inammissibile, sostenendo che Rida, che opera nell’ambito di Latina, non avesse interesse a contestare un impianto dell’ambito di Roma. Il Consiglio di Stato, con la sentenza 9817 del dicembre 2025, ha ribaltato quella decisione: se l’impianto Ecosystem non fosse stato idoneo, i Comuni avrebbero dovuto portare i rifiuti altrove, anche agli impianti di Latina.
Nel frattempo l’autorizzazione del 2019 è stata sostituita da nuovi atti, impugnati con ricorsi separati ancora pendenti. Per questo il Tar non ha annullato l’Aia, ormai non più efficace, ma ne ha dichiarato l’illegittimità «ai fini risarcitori». È il passaggio che apre la strada a una richiesta di danni: Rida ha 120 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza per chiederli.
I Comuni che portano i rifiuti a Pomezia
La sentenza non riguarda direttamente i Comuni. Ma racconta che, per anni, l’indifferenziato di mezza provincia sud di Roma è finito in un impianto che, secondo i giudici, non rispettava le migliori tecniche disponibili.
Secondo la ricostruzione della nostra redazione, conferiscono o hanno conferito alla Ecosystem: Ariccia, Velletri, Genzano, Lanuvio, Albano, Marino, Rocca di Papa, Castel Gandolfo, Pomezia, Ardea, Anzio e Nettuno. Molti di loro portavano i rifiuti all’impianto di Albano, il Tmb di Roncigliano, fino all’incendio del 30 giugno 2016. Da allora Ecosystem ne ha raccolto i flussi, passando da circa 130mila tonnellate l’anno autorizzate nel 2012 alle circa 440mila dell’autorizzazione del 2023.
Le domande per i sindaci sono semplici. Quanto hanno pagato a tonnellata per un trattamento che non comprendeva la stabilizzazione biologica? Chi ha verificato che l’impianto fosse adeguato prima di firmare i contratti? E chi pagherà, alla fine, un eventuale risarcimento: se a rispondere sarà la Regione, il conto rischia di finire sulle spalle dei contribuenti.

