Il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Gianluca Vinci, indica l’ex presidente Mps come presunto mandante e il calciante fiorentino come colui che avrebbe scelto gli esecutori, non ancora identificati. Le informazioni arrivano da colloqui con detenuti. Mussari aveva già respinto le accuse annunciando querele
Per la prima volta, dopo tredici anni, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi fa dei nomi. Nella conferenza stampa che si è chiusa questa mattina, lunedì 19 ottobre, il presidente Gianluca Vinci ha indicato l’ex presidente di Banca Mps Giuseppe Mussari come presunto mandante di un’azione di intimidazione nei confronti del manager. Un’azione che, secondo la ricostruzione della commissione, inizialmente non avrebbe dovuto concludersi con la sua morte.
Accanto al suo, Vinci ha fatto il nome di Gabriele Ceccherelli, detto «Lo Zena», figura leggendaria del calcio storico fiorentino. Secondo la commissione sarebbe stato lui a individuare le persone incaricate dell’azione, e la sera del 6 marzo 2013 si sarebbe trovato all’esterno di Palazzo Salimbeni. Gli esecutori materiali, invece, non sono ancora stati identificati.
Per Vinci il capo della comunicazione di Monte dei Paschi non si è tolto la vita, ma è stato ucciso. «Le informazioni le abbiamo prese parlando con detenuti», ha spiegato il presidente. Tra le fonti ci sarebbe Saverio Giampà, già detenuto per altri motivi. Sia Mussari sia Ceccherelli, ha annunciato Vinci, saranno ascoltati prossimamente dalla commissione.
Si tratta di ipotesi formulate da un organo parlamentare, non di accertamenti giudiziari: nessuno dei due risulta al momento indagato per la morte di Rossi. Spetterà ora alla Procura valutare se gli elementi raccolti siano sufficienti per seguire la pista dell’omicidio.
La replica di Mussari
Il nome di Mussari era già circolato ieri, domenica 18 ottobre, quando il giornalista Massimo Giletti lo aveva indicato sui social come il nome che la commissione avrebbe fatto. La risposta dell’ex banchiere era arrivata in poche ore: «Quanto affermato dal signor Giletti è una follia prima ancora che una calunnia gravissima e senza uguali, agirò in tutte le sedi nei suoi confronti così come nei confronti di coloro che oseranno ripetere detta calunniosa follia».
Mussari ha guidato Mps dal 2006 al 2012: quando Rossi morì non era più presidente della banca. Al momento non risultano dichiarazioni di Ceccherelli.
Le ombre nel vicolo
A mettere in crisi la tesi del suicidio, archiviata due volte dalla Procura di Siena, è stata anche la ricostruzione video dei carabinieri del Ris. L’analisi si è concentrata sulle ombre proiettate sulla parete del vicolo di via del Refe Nero, dove Rossi fu trovato. Secondo il Ris sarebbero compatibili con la presenza di più persone, rimaste ferme per diversi minuti all’imbocco del vicolo. Per anni quell’ombra era stata attribuita a un passante capitato lì per caso.
Il numero 4099099 e la pista di Viadana
L’altro elemento chiave è un numero, 4099099, trovato sul cellulare di Rossi. Secondo gli accertamenti della commissione non sarebbe una ricarica telefonica, ma il numero di un certificato di deposito al portatore a tasso fisso, con scadenza 31 agosto 2013. Il titolo sarebbe stato emesso dalla filiale di Viadana, in provincia di Mantova, della Banca Popolare di Puglia e Basilicata. Non un conto corrente intestato a qualcuno, dunque, ma un titolo che può incassare chiunque lo possieda.
Viadana non è un luogo qualsiasi nelle cronache giudiziarie. L’inchiesta antimafia Grimilde, coordinata dalla Dda di Bologna, ha documentato la presenza della ‘ndrangheta nella zona e i suoi rapporti con ambienti bancari locali. Già nel 2009 il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, ex affiliato alla ‘ndrangheta, aveva raccontato che Pino Giglio, a sua volta poi diventato collaboratore, gli aveva presentato il direttore di una banca di Viadana, al quale bastava una telefonata per far preparare 100mila euro in contanti.
Rossi a Viadana era di casa: Mps sponsorizzava la squadra di rugby locale e il suo ufficio gestiva decine di milioni di euro in sponsorizzazioni. Perché avesse sul telefono il numero di quel certificato di deposito resta, oggi, una delle domande centrali dell’inchiesta.

