Il sostituto procuratore, oggi in servizio a Roma, per anni ha lavorato nel palazzo di giustizia di via Fedele Calvosa. Il suo post su Facebook contro la premier, dopo lo stop all’adeguamento degli stipendi delle toghe, scatena la polemica
FROSINONE – In Ciociaria il suo nome lo conoscono bene avvocati, cronisti giudiziari e forze dell’ordine. Per anni Alessandro Di Cicco è stato uno dei sostituti procuratori della Procura di Frosinone. Oggi, da pm della Procura di Roma, finisce al centro di una bufera nazionale per un post pubblicato sul suo profilo Facebook contro la presidente del Consiglio.
«La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia», ha scritto ieri sera, poco dopo le 20. La notizia è stata rilanciata questa mattina dall’agenzia Adnkronos.
Il decreto della discordia
Il messaggio arriva poche ore dopo la presa di posizione di Giorgia Meloni. Raggiunta al telefono dall’Adnkronos, la premier aveva spiegato di non poter firmare «in coscienza» un Dpcm che avrebbe destinato quasi un miliardo di euro agli adeguamenti degli stipendi dei magistrati. Ha paragonato quella cifra alle risorse che il governo fatica a trovare per l’autotrasporto, dicendosi comunque pronta ad ascoltare le associazioni dei magistrati.
La replica della giunta esecutiva centrale dell’Anm non si è fatta attendere. Secondo il sindacato delle toghe non si tratta di aumenti né di bonus, ma di differenze retributive previste dalla legge e non pagate per anni, con importi effettivi molto più bassi di quelli circolati. La magistratura, ha aggiunto l’Anm, non può diventare il capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese.

Gli anni in Ciociaria
Romano, classe 1968, Di Cicco ha lavorato a lungo al settimo piano della Procura di Frosinone, nella squadra dei sostituti guidata allora dalla procuratrice Margherita Gerunda. Ancora nel 2021 il Bollettino ufficiale del Ministero della Giustizia lo indicava come sostituto procuratore a Frosinone, nel riconoscergli la quinta valutazione di professionalità. Insieme a Gerunda è stato anche ascoltato in audizione da una commissione parlamentare d’inchiesta.
Nel capoluogo ha firmato inchieste che hanno fatto parlare la cronaca locale. Sua fu la richiesta di condanna nel primo processo per omicidio stradale celebrato in provincia dopo l’introduzione del nuovo reato: l’automobilista che aveva travolto e ucciso un pedone diretto al bancomat fu condannato a quattro anni e mezzo.
Ha coordinato l’indagine, partita da un esposto anonimo nel dicembre 2015, su un dipendente della delegazione comunale di Frosinone Scalo accusato di violenza sessuale ai danni di una giovane donna romena che aveva bisogno di una carta d’identità. Ha seguito anche la violenta rissa dell’ottobre 2017 nel carcere di via Cerreto, che portò a chiudere le indagini nei confronti di undici detenuti.
C’è poi un fascicolo che oggi, alla luce della polemica, assume un sapore particolare. Era stato proprio Di Cicco a disporre la citazione diretta a giudizio di tre persone accusate di aver diffamato l’allora sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani, con video pubblicati e condivisi su Facebook durante la campagna elettorale del 2017.
Cosa succede ora
Al momento non risultano reazioni ufficiali del Ministero della Giustizia, del Csm o dell’Anm sul post, né notizie di una sua rimozione o di scuse da parte del magistrato. Le norme sull’ordinamento giudiziario chiedono ai magistrati riserbo ed equilibrio anche fuori dalle aule, e non è escluso che la vicenda arrivi sui tavoli degli organi disciplinari.

