Marco Piendibene aveva chiesto un provvedimento previsto dalla legge anti-stalking contro Mario Benedetti, il cittadino che da mesi contesta la sua amministrazione su Facebook, in piazza e perfino al Carnevale. Il questore di Roma ha respinto l’istanza. Era già stata archiviata in sede penale la denuncia per gli stessi fatti. Un sindaco che usa gli strumenti pensati per proteggere le vittime di persecuzione per zittire un oppositore ha un problema con la democrazia, prima ancora che con Benedetti
Civitavecchia – Una maschera di Carnevale con fascia tricolore, baffi e grandi orecchie a sventola. Una serie di post su Facebook contro l’abbattimento degli alberi della piazza, la gestione del mercato e del demanio marittimo. Un video girato in un bar del centro mentre si chiede conto al sindaco di quegli alberi tagliati. Per il primo cittadino di Civitavecchia, Marco Piendibene, questi episodi erano abbastanza per chiedere al questore di Roma di ammonire l’imprenditore Mario Benedetti per atti persecutori. È la stessa misura che la legge 38 del 2009 ha introdotto per proteggere chi subisce stalking. Il questore gli ha risposto di no.
Il provvedimento n. 161/Rig./2026, firmato dal questore di Roma il 19 ottobre e notificato a Benedetti il 22 ottobre negli uffici del Commissariato di Civitavecchia, rigetta l’istanza «per difetto di riconducibilità all’ipotesi normativa» dell’articolo 8 della legge 38/2009. Tradotto: quello che il sindaco ha portato in Questura non rientra nel caso previsto dalla legge sugli atti persecutori.
Prima la querela, poi l’archiviazione
Non è il primo tentativo. Come ricostruisce la memoria difensiva depositata l’8 maggio dall’avvocato Lorenzo Mereu, il sindaco aveva già querelato Benedetti per gli episodi del maggio 2025. Si trattava del manichino con una ghirlanda tricolore e una scritta di protesta, lasciato a pochi metri dall’abitazione del primo cittadino, e della presenza di Benedetti in auto davanti a casa sua il giorno dopo. La Procura di Civitavecchia aveva aperto un fascicolo per atti persecutori. Il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione e il giudice per le indagini preliminari l’ha disposta il 18 dicembre 2025. Secondo la difesa, il sindaco non ha presentato opposizione.
Chiusa la strada penale, Piendibene ha imboccato quella amministrativa. Ad aprile 2026 ha chiesto al questore l’ammonimento e nell’istanza ha messo insieme tutto: gli episodi già archiviati e una serie di forme di dissenso politico che con lo stalking hanno poco a che fare.
Cosa il sindaco considera persecuzione
Basta leggere l’elenco riportato nel decreto del questore per capire la portata della richiesta.
Il Carnevale del febbraio 2026. Benedetti ha sfilato mascherato da sindaco con fascia tricolore, baffi e orecchie a sventola. Secondo l’istanza, questo avrebbe messo «in imbarazzo l’uomo e la sua famiglia». È la satira carnevalesca, una tradizione che in Italia mette alla berlina i potenti da secoli. Ogni anno sui carri di Viareggio sfilano presidenti del Consiglio, ministri e capi di Stato, e nessuno di loro è mai corso in Questura.
I post su Facebook. L’istanza parla di una «condotta provocatoria e di scherno» sui social. Secondo la difesa, si tratta di critiche alla gestione del demanio marittimo, all’abbattimento degli alberi secolari della piazza e al mercato cittadino. Sono temi di interesse pubblico, trattati, sostiene Benedetti, senza insulti, minacce o diffamazione. Il legale ha anche segnalato l’«estrema genericità» della contestazione, che non permetteva nemmeno di capire quali post fossero sotto accusa.
Il Caffè del Borgo, 4 aprile 2026. Benedetti ha ripreso il sindaco nel bar e lo ha accusato davanti agli avventori di essere responsabile del taglio degli alberi della piazza. Poi ha pubblicato il video. È una contestazione diretta, certo, anche dura. Ma è rivolta al sindaco per una scelta del sindaco, in un luogo pubblico e su un tema che in quei giorni divideva la città.
La cerimonia per la posa del busto del Calamatta. Qui la contestazione era di aver disturbato l’evento. Secondo la difesa, invece, Benedetti è arrivato quando il sindaco stava già andando via e si è fermato con i membri della Fondazione organizzatrice. Ha persino offerto una bottiglia di prosecco per il brindisi collettivo, e alla memoria è allegato il video integrale.
Per configurare atti persecutori, la legge chiede condotte reiterate di minaccia o molestia che provochino un grave e perdurante stato d’ansia o di paura, un fondato timore per la propria incolumità o un cambiamento delle abitudini di vita. Nella memoria difensiva si osserva che all’istanza non erano allegati certificati medici, testimonianze né richieste di protezione. E il sindaco ha continuato a partecipare agli eventi pubblici e a frequentare i locali della città, come mostra proprio l’episodio del bar.
Il potere che non sopporta la critica
Non tocca a un giornale stabilire chi abbia ragione su ogni singolo episodio. Ma un dato politico è evidente e merita di essere detto con chiarezza. Il sindaco di una città di oltre 50mila abitanti ha cercato di far bollare come stalker un cittadino che lo contesta. Prima con una querela finita in archiviazione, poi con una richiesta di ammonimento respinta.
Esiste un principio che la giurisprudenza italiana ed europea ripete da decenni: chi esercita un potere pubblico deve tollerare un livello di critica molto più alto di un privato cittadino. La Corte europea dei diritti dell’uomo lo ha scritto in decine di sentenze. È il prezzo della fascia tricolore. Chi la indossa accetta di essere criticato, caricaturato, anche deriso, e di rispondere delle proprie scelte non solo in Consiglio comunale ma anche in piazza, sui social e al bar.
C’è poi un punto che va oltre Civitavecchia. L’ammonimento del questore è uno strumento prezioso, nato per intervenire in fretta a tutela di chi subisce persecuzioni, spesso donne vittime di ex compagni violenti. Usarlo contro un oppositore politico, mettendo la satira di Carnevale accanto a episodi già archiviati, significa piegare uno strumento di protezione a una funzione che non è la sua. E manda a tutti i cittadini un messaggio preciso: chi contesta il sindaco rischia di ritrovarsi con un fascicolo in Questura.
È l’effetto che i giuristi chiamano «chilling effect», l’effetto raggelante. Non serve vincere la causa: basta avviarla perché il prossimo cittadino ci pensi due volte prima di scrivere un post critico o di presentarsi mascherato a una sfilata.
La diffida e il ricorso al Prefetto
La vicenda però non è chiusa. Nel rigettare l’istanza, il questore ha comunque diffidato Benedetti «a porre in atto condotte persecutorie o comunque lesive della sfera privata» del sindaco, avvertendo che in caso di nuovi episodi la Divisione Polizia Anticrimine procederà a una «rivalutazione dei fatti». Il decreto ricorda anche che, dopo l’avvio del procedimento, Benedetti «ha provveduto a ripristinare una condotta regolare». Lo stesso sindaco, sentito il 2 settembre in Commissariato, aveva confermato che non si erano verificati altri episodi.
Proprio quella diffida è l’oggetto del ricorso gerarchico al Prefetto di Roma predisposto dalla difesa di Benedetti. La tesi è netta. La legge consente al questore di ammonire solo se ritiene fondata l’istanza. Se la rigetta, non può aggiungere una diffida che di fatto produce effetti simili all’ammonimento sotto un altro nome. Secondo il ricorso, la formula «comunque lesive della sfera privata» è poi così vaga da non permettere di distinguere una condotta vietata da una legittima critica politica. Il ricorso chiede quindi di annullare la diffida o almeno di chiarire formalmente che non costituisce un ammonimento e non produce effetti negativi per Benedetti.
È una questione tutt’altro che tecnica. Se la diffida resta, un cittadino che non ha commesso reati, come ha stabilito il giudice, e che non è stato ammonito, come ha deciso il questore, si ritrova comunque con un avvertimento formale della polizia per aver criticato il sindaco.
La lezione di questa storia
Nella memoria difensiva Benedetti si è detto disposto a usare in futuro anche i canali istituzionali, come consigli comunali, esposti e interpellanze, evitando forme di contestazione personale diretta che possano essere fraintese. Ha però ribadito il suo diritto di criticare l’amministrazione sui social e sui mezzi di informazione. Ha anche presentato diversi esposti sull’operato dell’amministrazione, il cui esito è ancora in corso. È la posizione di chi vuole continuare a fare opposizione, non di chi perseguita qualcuno.
Resta da chiedersi perché un sindaco, invece di rispondere nel merito sugli alberi tagliati, sul mercato e sul demanio, abbia scelto per due volte la via giudiziaria contro chi gli poneva quelle domande. Il questore ha tracciato un confine che dovrebbe essere ovvio: la satira non è stalking, e la critica non è persecuzione. Il sindaco Piendibene farebbe bene a ricordarselo. Un amministratore che non sopporta di essere contestato può sempre togliersi la fascia tricolore. Finché la indossa, deve accettare anche le maschere di Carnevale.

