Perugia – In Procura Davide Pecorelli, l’ imprenditore scomparso da nove mesi

Davide Pecorelli, l’imprenditore di Selci Lama scomparso da nove mesi e dato per ucciso in un’auto trovata bruciata in Albania, è ricomparso nelle scorse ore e lunedì si è presentato alla Procura di Perugia (che nei mesi scorsi aveva aperto un fascicolo per omicidio volontario e traffico di droga) per raccontare la sua verità

PERUGIA – Una cosa è certa: questo Davide Pecorelli è un personaggione. Dato per morto in Albania a gennaio in un’auto bruciata e ricomparso pochi giorni fa, naufrago al largo di Livorno a bordo di un gommone vicino all’isola di Montecristo, si presenta dai magistrati di Perugia con un cappellino mimetico schiacciato sui capelli con le meches, un paio di occhialoni fumé, mascherina nera e maglietta con un teschio più scritta gigante «Fuck». Peccato non essere dentro: l’espressione di Cantone e di Petrazzini deve essere stata qualcosa di memorabile. E invece stiamo fuori. Due ore di attesa Il parcheggio della Procura inizia a svuotarsi. Un’agente della sicurezza chiede a uno di noi in maniera fin troppo gentile di non appoggiarsi alla sbarra bianca e rossa. Ventidue gradi, clima ideale per sostare sotto un ufficio giudiziario. «Oh, ma te ricordi che giubbata d’acqua ch’abbiamo beccato quando c’erano dentro gli avvocati della Juve?», fa uno. L’orologio segna le 18.05. Siamo qui da più di due ore. Dalle redazioni iniziano timidamente a pressare: le foto, uno scampolo di video, qual è il titolo? Milletti, quello più alto, della Rai, accende un’altra Marlboro. C’è chi si aggrappa alla balaustra. Ogni volta che si apre la porta di legno dell’uscita laterale è un sussulto. Niente. Si svuotano le cancellerie, viene fuori un carabiniere in borghese, un paio di pubblici ministeri. Tutti fuorché il naufrago di Montecristo. Un paio di colleghi se ne sono già andati, Troccoli, il nostro fotografo, viene investito dal sospetto che Pecorelli verrà fatto uscire da un altro ingresso, l’istinto mi porta a ritenerla un’ipotesi altamente improbabile. Uno di noi si accorge che per la terza volta una monovolume di una marca strana, forse giapponese, con un asciugamani a coprire il finestrino, sta facendo il giro di via Fiorenzo di Lorenzo per la terza volta. «Starà cercando parcheggio», si sente commentare.

Eccolo, il naufrago Eccolo, finalmente, il naufrago di Montecristo. Ci viene incontro. Accendo il video del cellulare e inquadro Davide Pecorelli, di anni quarantacinque, imprenditore, trascorsi poco gloriosi negli affari e prima ancora da ex arbitro di calcio. C’è chi lo ricorda ancora per gli insulti. In un minuto e 13 secondi di girato inanella una serie di frasi velate di mistero. Sono quasi emozionato: difficilmente in carriera mi ricapiterà di intervistare uno che viene sentito nell’ambito di un’indagine su un omicidio volontario: il suo, però. Un leggero brivido corre lungo la schiena, proprio dove un fotografo mi sta puntando il gomito nella speranza di inquadrare il «resuscitato». Pecorelli, però, sembra tranquillo: «Non avevo nulla da nascondere e ho raccontato ai magistrati quello che mi è successo in questi nove mesi. Ho commesso dei reati in Albania, Cantone e Petrazzini ne hanno preso atto».
Quali reati? È stato lei a bruciare la macchina in cui la credevamo morto (presa a noleggio, con resti di ossa e il suo cellulare, ndr)?
Fa di sì con la testa. Poi se ne esce con una frase inverosimile: «Ho spiegato la mia versione a Petrazzini che riferirà alla stampa, come ha detto, nei minimi dettagli». Un piccolo inciso: non gliene faccio un merito ma posso giurare che Petrazzini – se non è l’unico, poco ci manca – in quindici anni di cronaca giudiziaria a noi giornalisti non ha mai dato una notizia.
Sì, vabbè, Pecorelli, ma che ha fatto tutti questi mesi? «Sono stato in una comunità di preti vicino Medjugorje».
E a casa non ha sentito neanche un familiare in tutto questo tempo? «Non ero in contatto con nessuno da quando mi hanno dato per morto, nessuno della mia famiglia sapeva cosa stessi facendo, mi hanno rivisto quando sono tornato col gommone». Mi torna in mente la raccomandazione pronunciata all’inizio di questo memorabile minuto e 13: «Giornalisti, siate professionali». Il globetrotter, una certezza sul suo futuro, però, ce l’ha: «Non farò più l’imprenditore in Italia». Sullo sfondo di questa storia tragicomica ci sono gli investimenti e i debiti contratti nel nostro Paese. E quando gli chiediamo se è sparito dalla circolazione e ha architettato tutto questo per incassare, magari, i soldi dell’assicurazione, tira quasi un sospiro di sollievo: «Ce l’ho da trent’anni l’assicurazione sulla vita». Con un po’ di fatica riesce a farsi largo nella ressa di microfoni e obiettivi, raggiunge ad ampie falcate la macchina giapponese con le quattro frecce. Monta su. Il motore acceso, una donna al volante. La giacchetta di cotone verdina di Pecorelli si apre ancora sulla scritta «Fuck». Chiudo il video. Un gigante.

 Enzo Beretta Umbria24.it

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