MONTEFIASCONE – Ci sono uomini che attraversano il proprio tempo lasciando dietro di sé aziende, opere e risultati. E ce ne sono altri che, oltre a tutto questo, lasciano un modo di essere. Angelo Bologna apparteneva a questa seconda categoria.
È morto ieri, all’ospedale Santa Teresa di Viterbo, a 72 anni. Se ne va uno degli ultimi protagonisti di una stagione irripetibile di Montefiascone, quella degli uomini che hanno costruito il proprio destino insieme a quello della loro città, quando fare impresa significava soprattutto assumersi responsabilità, creare lavoro, immaginare il futuro.
Per raccontare Angelo Bologna bisogna partire da molto lontano. Bisogna partire da suo padre, Vincenzo.
La storia dei Bologna sembra uscita da un romanzo italiano del dopoguerra. Vincenzo arrivò a Montefiascone da Monteiasi, piccolo paese affacciato sul Mar Piccolo di Taranto. Le vicende della guerra lo portarono nella Tuscia, dove trovò l’amore della sua vita, Vera Mezzetti, e una terra che decise di non lasciare più. Da giovane emigrato diventò costruttore. Da costruttore divenne uno degli imprenditori più importanti della provincia. Da imprenditore entrò nelle istituzioni, fino a diventare sindaco di Montefiascone e uno dei più autorevoli dirigenti della Democrazia Cristiana nella Tuscia, punto di riferimento del mondo andreottiano. La Repubblica gli riconobbe il valore del suo impegno conferendogli le onorificenze di Cavaliere, Commendatore e Grande Ufficiale.
In quella casa Angelo imparò presto che il lavoro non era soltanto un mestiere, ma una forma di servizio. E che la politica, prima ancora del consenso, era presenza, ascolto, responsabilità.
Era il quarto di sette figli e portava con naturalezza il peso e l’orgoglio di quel ruolo. Aveva respirato fin da ragazzo il profumo del cemento dei cantieri, l’odore delle riunioni politiche, il linguaggio degli imprenditori che stavano ricostruendo un Paese uscito in macerie dalla guerra.
Avrebbe potuto limitarsi a proseguire l’attività di famiglia. Scelse invece di guardare oltre.

Alla metà degli anni Ottanta intuì quello che quasi nessuno ancora vedeva: il futuro sarebbe passato dalla tutela dell’ambiente. Nel 1986, mentre l’Italia muoveva i primi passi nella moderna legislazione sui rifiuti, nacque Econet. All’inizio era una piccola realtà, con gli uffici di via Contadini, quasi una scommessa in un settore ancora poco conosciuto. Nel giro di pochi anni quella scommessa divenne una delle aziende più importanti del comparto ambientale, capace di crescere ben oltre i confini della Tuscia fino a conquistare una dimensione regionale e nazionale.
Era il tratto che più lo distingueva: vedere opportunità dove altri vedevano soltanto incertezza.
Non amava le luci della ribalta. Preferiva parlare di lavoro piuttosto che di sé. Dietro il successo dell’imprenditore rimaneva sempre l’uomo di Montefiascone, profondamente legato alle sue abitudini.
Ogni mattina il rituale era lo stesso. Prima di raggiungere gli uffici di Viterbo si fermava per un caffè. Accendeva una Muratti, salutava gli amici, ascoltava tutti. Bastavano pochi minuti perché quel tavolino diventasse una piccola piazza. C’era chi cercava un consiglio, chi un’opinione, chi un aiuto. Lui non aveva mai fretta di congedare nessuno.
In quei gesti semplici c’era forse il segreto della sua popolarità.
La politica, del resto, non lo aveva mai abbandonato. Rimase fedele alla cultura della Democrazia Cristiana anche quando quel mondo cessò di esistere. Ne conservò soprattutto il senso del dialogo, la convinzione che le comunità crescano attraverso il confronto e che il bene comune venga prima delle appartenenze.
Molti ricordano il suo ruolo nelle stagioni più intense della politica montefiasconese. Altri ricorderanno soprattutto l’imprenditore. Ma chi gli è stato vicino conserverà un ricordo diverso: quello dell’uomo che non faceva mai pesare il proprio successo, che aiutava senza cercare riconoscimenti, che preferiva risolvere un problema piuttosto che raccontarlo.
La solidarietà, in fondo, era una dimensione naturale del suo carattere. Numerosi gesti di generosità sono rimasti confinati nella discrezione che lui stesso pretendeva. Non amava che se ne parlasse. Riteneva che il bene, quando è autentico, non abbia bisogno di pubblicità.
Negli ultimi anni aveva affidato progressivamente maggiori responsabilità ai figli Giuseppe e Marco, vedendo nell’impresa non soltanto un patrimonio economico, ma un’eredità di valori da trasmettere. Per lui un’azienda non era fatta soltanto di bilanci, ma soprattutto di persone, famiglie, collaboratori.
La sua grande passione le macchine da corsa, quelle storiche e il rombo dei motori.
Con la sua morte Montefiascone perde uno degli ultimi interpreti di quella stagione in cui gli imprenditori coincidevano spesso con i costruttori della comunità. Uomini capaci di discutere di politica, di economia, di territorio e di futuro nello stesso pomeriggio, senza mai dimenticare il volto delle persone.
Alla moglie Alberta, presenza silenziosa e fondamentale accanto a lui lungo tutto il cammino della vita, ai figli, ai fratelli, ai nipoti e a tutti coloro che gli hanno voluto bene resta il dolore di un’assenza che difficilmente potrà essere colmata.
Da oggi, passando davanti alla storica sede di via Contadini o sedendosi al tavolino del bar dove iniziavano le sue giornate, molti avranno la sensazione che manchi qualcosa.
Perché Angelo Bologna non è stato soltanto un imprenditore di successo.
È stato uno di quegli uomini che hanno saputo dare un volto, un carattere e una memoria al proprio territorio.
E quando scompaiono persone così, non si chiude semplicemente una vita.
Si chiude un’epoca.
Il feretro sarà esposto presso la casa funeraria dell’Agenzia Alo in via Contadini. I funerali domani, 2 agosto, alle 10.30 nella Basilica di Santa Margherita di Montefiascone.

