Il presidente Inverni replica punto su punto alle accuse sollevate dal regista Marco Tullio Giordana su Dagospia. “Nessuno processa Pasolini, la causa riguarda una compravendita del 2021”
Torna al centro del dibattito la vicenda della Torre di Chia, l’ultima dimora di Pier Paolo Pasolini, contesa tra l’attuale proprietario, l’attore Gabriele Gallinari, e l’Università Agraria di Chia.
A riaccendere la polemica era stata una lettera del regista Marco Tullio Giordana, pubblicata sul sito Dagospia, che aveva riportato il caso all’attenzione nazionale. Ora è l’Università Agraria a rispondere, con una lunga nota a firma del presidente Gianluca Inverni, che ricostruisce i fatti e respinge punto per punto le accuse mosse all’ente.
La ricostruzione dei fatti
Secondo quanto riportato nella nota, la Torre venne venduta nel febbraio 2021. Nel maggio 2022 l’Università Agraria — l’ente che amministra le terre collettive della comunità di Chia — si è rivolta a un giudice per accertare la reale proprietà del suolo su cui sorge l’immobile. Dopo tre anni di causa, nell’aprile 2025 il Commissario per gli usi civici ha stabilito che i terreni e i fabbricati appartengono alla proprietà collettiva, dichiarando nulla la vendita e disponendo la restituzione del bene alla comunità.
Il proprietario ha impugnato la decisione, chiedendone la sospensione, ma il 14 maggio 2026 la Corte d’Appello di Roma ha respinto la richiesta. Lo scorso giugno la Regione Lazio ha avviato l’iter di restituzione, come previsto dalla sentenza. Il procedimento d’appello proseguirà fino alla decisione attesa nel 2028, ma nel frattempo — sottolinea l’ente — quanto stabilito e non sospeso deve essere eseguito.
La replica alle accuse: “Non è un esproprio”
Nella nota il presidente Inverni contesta duramente i termini usati nelle polemiche di questi giorni. Respinge l’idea che si tratti di un “cavillo”, ricordando che si tratta di una sentenza. Nega che si tratti di un “esproprio”, spiegando che il bene non passa allo Stato né a un nuovo proprietario, ma torna a una condizione collettiva, senza padroni individuali.
Inverni chiarisce inoltre l’equivoco legato alla definizione di “ente privato”: le università agrarie, spiega, non sono atenei né imprese, ma enti attraverso cui, nei territori dell’ex Stato pontificio, le comunità amministrano beni collettivi risalenti a prima dello Stato stesso, riconosciuti da una legge di fine Ottocento e dalla normativa sui domini collettivi del 2017. La forma giuridica può essere privata, ma la natura del bene resta collettiva. Quanto ai diritti della comunità, richiamati come “duecento anni” di storia, l’Università Agraria ricorda che sono documentati in un elenco del 1907 e in pronunce del 1914, 1920 e 1931, e che l’ente si è mosso legalmente già nel 2022, subito dopo la vendita contestata.
“Nessuno processa Pasolini”
Sulla figura del poeta, la nota è netta: nessuno intende processarlo, perché la causa riguarda una compravendita del 2021 e non la memoria di un intellettuale scomparso nel 1975. Semmai, osserva Inverni, è chi utilizza la sua figura come argomento in una controversia patrimoniale a rischiare di offenderne la memoria. Pasolini, ricorda l’ente, difese per tutta la vita il mondo contadino e il patrimonio popolare, rivendicando per esso la stessa dignità riservata ai grandi monumenti — un principio che le terre collettive incarnerebbero pienamente. La nota richiama anche una riflessione dell’Ottocento di Carlo Cattaneo sul valore di un diverso modo di possedere la terra, tramandato da secoli. Nel 2020, quando l’immobile fu messo in vendita, molti ne avevano chiesto la pubblicizzazione perché diventasse patrimonio di tutti: oggi, sottolinea l’ente, una sentenza conferma che quella terra è sempre stata collettiva, senza alcun costo per le casse pubbliche.
Il nodo del biglietto d’ingresso
Un passaggio della nota è dedicato alle polemiche sul contributo di 15 euro richiesto oggi a chi visita la Torre, previa prenotazione obbligatoria. L’ente precisa che non c’è nulla di irregolare: la custodia di un luogo ha un costo, e chi lo visita partecipa a sostenerlo. Allo stesso tempo, ricorda che nel bosco di Chia gli usi civici — legna, pascolo, raccolta — restano gratuiti per i residenti, mentre chi accede all’area attrezzata del parco versa un contributo destinato a custodia, sicurezza e manutenzione, senza che l’ente riceva fondi pubblici. Una possibilità, spiega la nota, prevista dalla normativa quasi centenaria sugli usi civici, in particolare dall’articolo 46 del regio decreto n. 332 del 1928, che consente all’ente di richiedere un contributo quando le rendite non sono sufficienti a garantire l’amministrazione dei beni. La vera differenza, conclude l’ente, non sta nel biglietto in sé, ma nella destinazione del bene: oggi si paga per visitare una proprietà privata, mentre in futuro il contributo servirà a custodire un bene collettivo.
L’appello alla Regione Lazio
La nota si chiude con un richiamo alla Regione Lazio, a cui la sentenza ha affidato l’incarico della restituzione, procedimento aperto da quasi due mesi. L’ente esprime l’auspicio che le campagne di stampa non influenzino un percorso amministrativo che deve seguire quanto stabilito da una sentenza esecutiva.
Il presidente Inverni ribadisce infine che l’obiettivo dell’Università Agraria non è quello di prevalere su qualcuno, ma di custodire un bene: una volta completata la restituzione, la Torre resterà aperta, visitabile e curata, e non potrà più essere oggetto di compravendita — un impegno che l’ente lega tanto alle generazioni future quanto alla memoria di Pasolini, che a Chia cercò e trovò, come scrisse, “il luogo più bello del mondo”.

