Il ragazzo, residente a Trento, si è lanciato in mare nonostante i divieti e la bassa marea. Il decesso all’ospedale dell’Angelo di Mestre dopo il ricovero in Neurochirurgia. L’ennesimo dramma su una costa dove i pontili “non sono trampolini”
JESOLO – Il mare, di notte, inganna più del giorno: sembra aperto, profondo, accogliente. Ma davanti ai pontili che tagliano la battigia di Jesolo bastano pochi secondi perché una serata tra amici si trasformi in tragedia.
È quanto accaduto a un ragazzo di 17 anni, di origine marocchina e residente a Trento, morto all’ospedale dell’Angelo di Mestre dopo quattro giorni di ricovero, in seguito a un tuffo dal pontile all’altezza della torretta 17, nella zona di piazza Marconi.
La dinamica dell’incidente
Il giovane si trovava al mare con un gruppo di amici quando, nonostante i divieti e la bassa marea, ha deciso di lanciarsi dal pontile. L’impatto con il fondale è stato violentissimo: il ragazzo ha battuto la testa, riportando un gravissimo trauma cervicale e andando in arresto cardiaco. Gli amici lo hanno recuperato dall’acqua già privo di sensi, dando l’allarme.
Sul posto sono intervenuti gli operatori del Suem 118 e della Croce Rossa, che sono riusciti a rianimarlo e a stabilizzarlo in una fase iniziale rivelatasi decisiva. Il 17enne è stato trasferito prima all’ospedale di San Donà di Piave e poi nel reparto di Neurochirurgia dell’ospedale dell’Angelo di Mestre, dove è rimasto ricoverato per quattro giorni prima di morire nella notte.
Strutture non pensate per i tuffi
Il tratto di spiaggia in cui è avvenuto il tuffo, come molti punti del litorale jesolano, è segnato da fondali variabili e spesso insidiosi in prossimità dei pontili. Si tratta di opere legate alla difesa dell’arenile e all’assetto della costa, non di strutture pensate per la balneazione: eppure, complice l’abitudine di utilizzarle come sfondo per foto o come punto di ritrovo tra ragazzi, continuano a essere percepite da molti come piattaforme innocue.
Le informazioni ufficiali diffuse dal sistema turistico locale sono in realtà esplicite: i pontili “non sono fatti per tuffarsi”, il gesto è vietato e la ragione principale è la scarsa profondità dell’acqua, a cui si aggiunge la possibile presenza di scogli nascosti. Anche Jesolo Patrimonio, la società che cura per conto del Comune la manutenzione dei “pennelli a mare”, ricorda sul proprio sito che maree, correnti e mareggiate modificano rapidamente il fondale, rendendo “assolutamente vietato tuffarsi” da queste strutture.
Il quadro normativo conferma questa attenzione: la Carta dei servizi di Jesolo Turismo S.p.A. richiama per la stagione 2026 le ordinanze del Comune e della Guardia Costiera come riferimento per la sicurezza dell’arenile. L’ordinanza comunale sulle attività balneari, firmata il 30 aprile 2026, impone di segnalare in modo idoneo le zone pericolose per la balneazione e i tuffi, vietando inoltre transito e sosta pedonale sui pennelli non attrezzati.
Non un caso isolato
La tragedia si inserisce in una sequenza di episodi che conferma la natura strutturale del problema. Nell’agosto 2024, sempre a Jesolo, un uomo di 30 anni era stato soccorso dopo aver battuto la testa in un tuffo vietato dal pontile nei pressi della torretta 14, venendo salvato dai bagnini dopo essere finito in acqua privo di sensi.
Nel giugno 2025 un altro 17enne era rimasto gravemente ferito nelle stesse circostanze, con un ricovero in rianimazione a Mestre. E nel luglio 2026, poche settimane prima di quest’ultima tragedia, una turista tedesca di 34 anni era stata trasferita all’ospedale dell’Angelo dopo aver riportato dolori al collo in seguito a un tuffo dal pontile nella zona di Cortellazzo.
Episodi diversi, con esiti diversi, ma un’unica dinamica di fondo: la sottovalutazione dell’impatto tra il corpo e un fondale troppo vicino. Non a caso, nel 2025 il Corriere del Veneto aveva definito quella dei tuffi proibiti una vera emergenza estiva diffusa tra Jesolo, il Garda e diversi corsi d’acqua veneti, osservando come nemmeno le campagne di sensibilizzazione con testimonial noti fossero riuscite a fermare del tutto il fenomeno — tra queste, il coinvolgimento dell’ex campionessa di tuffi Tania Cagnotto per ricordare che il pontile “non è un trampolino”.
Appelli caduti nel vuoto
Che il rischio fosse ben noto lo dimostrano anche i richiami istituzionali. Nel giugno 2025 il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, aveva ricordato proprio la campagna lanciata a Jesolo contro i “rischiosissimi tuffi dai pontili”, ribadendo che si tratta di attracchi e non di trampolini.
Negli anni la città ha investito in cartellonistica e sensibilizzazione, ma il nodo resta lo stesso: il messaggio di prudenza si scontra con una percezione visiva ingannevole. Un pontile lungo e lineare, affacciato sull’acqua, soprattutto nelle ore serali o notturne, può apparire come un invito al gesto impulsivo. È esattamente l’opposto: un luogo dove il fondale può essere troppo basso, alterato dai movimenti del mare, irregolare, duro come cemento per chi vi entra di testa o con slancio — come dimostra, ancora una volta, la morte del giovane di Trento.

