La Regione respinge il ricorso del Comune: un milione e 165mila euro (riconosciuti solo 700mila circa) andati in fumo per sei giorni di ritardo. Monte Romano e Vetralla incassano, Tarquinia no. Dopo la PEC difettosa e il governo cattivo, resta una domanda semplice: chi paga?
TARQUINIA — Veritas filia temporis, dicevano i latini: la verità è figlia del tempo. Nove mesi dopo le prime rivelazioni sul pasticcio dei ristori, il tempo ha consegnato il verdetto. Etrurianews aveva già raccontato tutto nove mesi fa. Oggi è definitivo, e senza appello: i contributi per i danni dell’alluvione del febbraio 2025 sono persi.
A chiudere la partita è una determinazione della direzione regionale Agricoltura del 29 luglio, che ha respinto il ricorso gerarchico presentato dall’amministrazione comunale contro l’esclusione. In ballo c’era una domanda da 1 milione e 165mila euro, relativa ai danni subiti dalle infrastrutture agricole del territorio. Dichiarata non ammissibile. Punto.
Non per l’entità dei danni, mai messa in discussione da nessuno. Ma per una questione di calendario.
I quarantacinque giorni
La cronologia è tutta negli atti. Le piogge alluvionali del 13, 14 e 19 febbraio 2025 avevano colpito duramente le campagne, con seminativi allagati per giorni, strade rurali dissestate, argini compromessi. La Regione Lazio, dopo i sopralluoghi dei tecnici ai quali aveva partecipato anche personale comunale, aveva stimato i danni e con la delibera di giunta 353 del 20 maggio 2025 aveva proposto al Ministero la declaratoria di eccezionalità per i territori di Tarquinia, Monte Romano e Vetralla.
Il ministero dell’Agricoltura aveva riconosciuto l’eccezionalità degli eventi il 24 luglio 2025 e il decreto era stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 agosto. Da quel momento scattava il termine perentorio: quarantacinque giorni per trasmettere le domande di contributo all’Area decentrata agricoltura di Viterbo.
Il Comune di Tarquinia ha protocollato con sei giorni di ritardo. Sei. Sufficienti a rendere la domanda irricevibile e a bruciare l’intero importo.
Nel frattempo Monte Romano e Vetralla, che i termini li avevano rispettati, hanno visto riconosciuti i propri contributi. Sullo stesso evento alluvionale, sulle stesse carte, con lo stesso decreto. Un confronto che rende difficile continuare a sostenere che l’ostacolo fosse insormontabile.
Nove mesi di risposte evasive
La vicenda emerge nel dicembre 2025. L’amministrazione replica parlando di «problemi tecnici operativi non imputabili all’amministrazione comunale», indicando nel malfunzionamento della posta elettronica certificata la causa del ritardo. Nel consiglio comunale del 23 dicembre il sindaco Francesco Sposetti glissa sul merito e annuncia un’istanza di riesame.
A febbraio 2026 i consiglieri di Fratelli d’Italia Luigi Serafini e Betsi Zacchei presentano un’interrogazione urgente per sapere se la Regione abbia riscontrato quell’istanza e con quale esito. Risposte concrete non ne arrivano. A maggio l’opposizione torna alla carica: «Il sindaco chiarisca pubblicamente che fine ha fatto il ricorso annunciato». Silenzio.
Ora la risposta c’è, ed è scritta in una determinazione regionale. Il ricorso è stato respinto. Il riesame non ha prodotto nulla. Quello che per nove mesi è stato presentato come un contrattempo tecnico in via di risoluzione era, semplicemente, un termine perentorio scaduto.
Il commento: e adesso chi paga?
Ricapitoliamo la catena delle responsabilità come è stata raccontata finora. Non è colpa dell’amministrazione, perché la PEC non funzionava. Non è colpa dell’ufficio, perché si trattava di problemi tecnici operativi non imputabili all’ente. Non è colpa del sindaco, che nel frattempo aveva presentato istanza di riesame. A occhio manca solo la convocazione della dirigente d’area Meloni (omonima della presidente del Consiglio) in aula consiliare, per farle spiegare di chi è la colpa di questo disastro burocratico.
Fuori dall’ironia, restano tre domande a cui qualcuno dovrà rispondere.
La prima. Chi ha materialmente gestito la pratica, e chi doveva vigilare sul rispetto della scadenza? Un termine perentorio non è una sorpresa: era scritto nel decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 agosto 2025. Monte Romano e Vetralla lo hanno letto e rispettato. A Tarquinia, evidentemente, qualcosa non ha funzionato: e ha un nome, un ufficio, una firma.
La seconda. Perché per nove mesi la vicenda è stata presentata come una partita ancora aperta? Nel consiglio comunale del 23 dicembre 2025 il sindaco Sposetti non entrò nel merito, richiamando l’istanza di riesame in corso. A febbraio l’opposizione chiese conto dell’esito, a maggio lo chiese di nuovo. Nessuna risposta pubblica. Oggi sappiamo che quella strada non portava da nessuna parte. La domanda è quando l’amministrazione l’abbia saputo, e perché non l’abbia detto: se lo ha appreso solo il 29 luglio, lo dica con una nota; se lo sapeva prima, spieghi perché ha lasciato credere il contrario a cittadini e imprese.
La terza, la più concreta. Chi paga? Perché 700mila euro non è un’astrazione contabile: è la strada rurale che resta dissestata, l’argine che non viene rifatto, l’azienda agricola che ha messo a bilancio un ristoro mai arrivato. Quel danno non è sparito con il diniego regionale, ha solo cambiato titolare. E se la perdita nasce da un adempimento mancato dell’ente, è dall’ente che deve arrivare la copertura: risorse proprie del Comune, iscritte nel prossimo assestamento di bilancio.
Sarebbe anche l’unico modo per chiudere la vicenda in piedi. Perché la responsabilità politica, quando i termini sono scaduti e i ricorsi respinti, non si dimostra più con i comunicati. Si dimostra con una delibera.
Ancora una volta confermato il lavoro del nostro Blog che da subito ha inchiodato l’amministrazione alle proprie responsabilità. Adesso Sposetti non può far finta di nulla. Deve rispondere. Anche perché oggi è anche consigliere provinciale con delega ai lavori pubblici e questo spaventa tutti vista la sua totale e manifesta incapacità politica e amministrativa.
L’opposizione ne chieda conto.
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